Padova. Pistola in ufficio, Paolo Pasimeni condannato a 2 anni

È ai domiciliari. Ha già scontato 15 anni per l’omicidio del padre. Uomo di fiducia di un boss, è indagato per droga

PADOVA.

Due anni di carcere senza sospensione condizionale, da scontare in detenzione domiciliare nell’appartamento di famiglia in via Facciolati. Il gup padovano Elena Lazzarin ha condannato a due anni di carcere per porto e detenzione abusiva di un’arma comune da sparo Paolo Pasimeni, il 42enne già condannato in via definitiva a 15 anni e 4 mesi, integralmente scontati, per l’assassinio del padre (il professor Luigi Pasimeni) nel laboratorio di Chimica in via Marzolo la sera del 12 febbraio 2001. Il 9 giugno scorso è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Trento sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Alto Adige e sul traffico di cocaina che si fermava anche a Padova.


La sentenza è stata pronunciata al termine di un giudizio abbreviato che, per legge, prevede lo sconto di un terzo rispetto alla pena base. Il giudice ha concesso la detenzione domiciliare all’imputato difeso dalla penalista Anna Maria Marin. All’inizio aveva negato: «Non so nulla, non è mia la pistola». Ieri la piena ammissione: «Sì, è vero, la pistola è mia, me l’aveva ceduta un amico degli hell’s Angels», ha confessato, facendo nome e cognome di chi gli avrebbe fornito l’arma. Nel frattempo Pasimeni era già agli arresti domiciliari su ordine della Dda di Trento (la procura antimafia) che, inizialmente, lo aveva spedito in carcere.

È l’11 novembre 2019 quando i carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Padova mettono a segno una perquisizione nell’ufficio della Medival srl, l’azienda a Padova Uno per cui l’uomo lavora da qualche anno. I militari vanno a colpo sicuro: aprono il cassetto della sua scrivania e trovano una pistola Beretta calibro 9x21, 37 munizioni e due serbatoi con altre quindici munizioni. Pasimeni, che non può avere il porto d’armi considerando i suoi precedenti penali, è nei guai. Lui, però, nega. E dice di non saperne nulla. Nel frattempo finisce agli arresti domiciliari mentre l’indagine, coordinata dal pm Silvia Golin, va avanti.

All’alba del 9 giugno scorso al 42enne è notificata un’ordinanza di custodia cautelare. E scatta il trasferimento in carcere. Gravi i reati contestati (in concorso con altre 20 persone): associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di stupefacenti, concorso esterno in associazione mafiosa, sequestro di persona, estorsione, spaccio di eroina e cocaina.

Pasimeni risulta l’uomo di fiducia del boss Mario Sergi che, con Giuseppe Perre, gestirebbe tra Trento e Bolzano un’organizzazione ’ndranghetista collegata direttamente alle principali cosche calabresi di Platì, Natile e Delianuova. In pratica una ’ndrina d’esportazione specializzata in traffico di droga, gestione di appalti e subappalti nel campo dell’edilizia, smercio di armi e l’illecita gestione di slot-machine taroccate. Qualche mese fa inizia a collaborare e torna “detenuto” a casa. —


 

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