Positivi al virus, rifiutano il ricovero: tre casi in tre giorni in ospedale a Padova

Autorità sanitarie in difficoltà di fronte alla decisione di alcuni giovani africani di andarsene dopo l’esito del tampone. Bertolissi: è tentato omicidio

PADOVA. Negli ultimi giorni tre africani positivi al coronavirus hanno rifiutato le cure. Fanno il tampone, c’è la certezza del contagio, ma non vogliono farsi ricoverare e quindi firmano per tornarsene a casa. Che poi è lo stesso atteggiamento tenuto dall’imprenditore vicentino rientrato dalla Serbia, colui che ha generato un focolaio tra Padova e Vicenza con cento persone che sono finite sotto osservazione. Insomma, la questione è seria e in questa fase desta molta preoccupazione.

Dimessi


Tre dimessi in tre giorni, nonostante il tampone positivo. Sono due nigeriani e un ghanese di età compresa tra i 25 e i 40 anni. Per tutti la stessa trafila. Si presentano al pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera con febbre alta e disagi fisici, dopo qualche ora viene accertata la positività, ma nel momento in cui i medici propongono loro il ricovero questi rifiutano. Martedì pomeriggio uno di loro si è messo pure a gridare, ribadendo più volte di non essere una cavia.

Quindici giorni

A medici e infermieri non resta che raccomandare loro di rimanere a casa per due settimane, di non incontrare gente, di limitare al massimo i contatti. Poi però nessuno può sapere se, effettivamente, queste regole vengono rispettate. E più sono precarie le condizioni sociali in cui vivono le persone in questione, più è alta la possibilità che continuino con la vita di sempre. Con un rischio altissimo dal punto di vista della moltiplicazione dei contagi.

Interrogativi

Vista la frequenza con cui questo fenomeno si è ripetuto a Padova negli ultimi giorni, gli apparati sanitari si sono posti il problema di come provare a risolvere situazioni simili. Tuttavia, non esiste un istituto normativo che possa consentire ai medici di imporre un ricovero, nemmeno di fronte a una diagnosi come quella della positività al coronavirus.

Proposte

Dopo il focolaio innescato dall’imprenditore vicentino, il presidente della Regione Luca Zaia aveva addirittura invocato il Tso (trattamento sanitario obbligatorio) per chi rifiuta le cure.

Il ministro della Salute Roberto Speranza, avrebbe dato mandato all’ufficio legislativo per verificare se il quadro normativo sul Tso possa essere in qualche modo esteso anche ai positivi al coronavirus. Il terreno è scivoloso, perché si parla dei diritti della persona. Il Tso implica infatti che un individuo venga sottoposto a cure mediche contro la sua volontà. La norma di riferimento è una legge promulgata nel 1978, che non tiene conto dei rischi riferiti a una pandemia.

In realtà il reato di epidemia colposa prevede la possibilità di imporre misure cautelari estreme, tra cui anche il ricovero coatto.

Sembra un paradosso, ma la via più semplice per imporre un ricovero potrebbe essere proprio il pronunciamento da parte di un giudice del tribunale. Con quale efficacia in termini di tempi di reazione, è tuttavia un altro grande punto interrogativo.

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L'intervista. Bertolissi: è un tentato omicidio

«Le cure non si possono rifiutare. Uno della sua vita può fare quel che vuole, ma della mia no».

Professor Mario Bertolissi, costituzionalista, il suo è un giudizio definitivo

«Se non c'è una disposizione per chi mette a repentaglio la vita degli altri siamo fuori dal mondo. E infatti io dico che le disposizioni di carattere generale ci sono tutte. Vogliamo chiamarlo Tso? Chiamiamolo così».

Si metta nei panni di un medico. Come può assumersi la responsabilità di ricoverare una persona contro la sua volontà?

«La costituzione tutela la salute come diritto fondamentale della persone, a interesse della comunità. Il medico del pronto soccorso deve ordinare il ricovero, perché quella persona positiva, se circola, mette a repentaglio la vita degli altri. Il suo rifiuto equivale a un tentato omicidio. E poi c’è un’altra cosa».

Quale?

«Si avverte questa persona che, se per caso contagia altri, il conto delle spese sanitarie le dovrà rifondere di tasca sua».

Dall’imprenditore vicentino a i casi segnalati a Padova negli ultimi giorni, sembra però che sia una pratica piuttosto diffusa.

«Allora io dico, in caso di rifiuto delle cure intervenga il procuratore della Repubblica, se serve».

E sul Governo?

«Con tutti i decreti legge che hanno fatto non avevano la possibilità di scrivere una riga sul contagio?». —


 

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