Un'altra storia: il racconto di Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo è nato a Roma nel 1983. Il primo passo nel mondo letterario l’ha fatto nel 2003 entrando tra i finalisti nazionali del Campiello Giovani e del Premio Italo Calvino. Ha pubblicato fra l’altro i romanzi “Dove eravate tutti” (2011, Premio Mondello), “Mandami tanta vita” (2013, finalista Premio Strega), “Una storia quasi solo d’amore” (2016), “Lontano dagli occhi” (2019), tutti editi da Feltrinelli e tradotti in diverse lingue europee. E’ autore di saggi, testi teatrali e libri per bambini. Collabora con “la Repubblica” e con “Tuttolibri” della “Stampa”. Conduce su Radio3 la trasmissione settimanale “La lingua batte”.

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come colei che si credeva per la gran ricchezza

del figliuolo fare del pruno un melrancio ...

G. Boccaccio, Decameron (IV, 8)

PRIMA PUNTATA

Mise in fila i sorrisi, guardando fuori, uno dopo l'altro: quello di sua madre, che faticava a non piangere, alzando la mano in un cenno di saluto, e come un sospiro la sua voce: d'oggi in doman ne verrai, Girolamo. Lui a chiedersi, allora, quanto fosse lontana Parigi - e quante strade quanti mari quante infinite notti di viaggio per raggiungere la città degli uomini gentili, come diceva schioccando le labbra il vecchio tutore. E ora eccola, Parigi. Gliel'avevano promessa come un mondo: sei grandicello oggimai, gli ripeteva e ripeteva ser Currado, severamente, mentre una goccia di saliva gli rotolava sulle labbra. Tuo padre, gli ripeteva e ripeteva sua madre, tuo padre avrebbe voluto così, pace all'anima sua benedetta. Ma Parigi, che cos'era Parigi? Se crescere significa partire, e dover lasciare Firenze per un'altra lontanissima ignota città, meglio allora non crescere, rimanere bambini per un milione di giorni, quando ogni giorno è calendimaggio anche se piove a dirotto, e basta scendere in strada, appena si riaffaccia il sole, per inventarsi una festa, una musica, le voci delle brigate che si disperdono danzando al suono di cetra e di viola, e poi correre a perdifiato fino a Santa Reparata, mentre il cielo corre con te. Compiere quattordici anni che vuol dire? che è finito il tempo delle corse? che è finito il tempo bello? Addio sere d'estate che non finivano mai, si disse, sei grandicello Girolamo, e se lo disse con queste precise parole, le parole di ser Currado e di sua madre che sempre gli rimbombavano in testa sulle soglie della notte, prima che il sonno le addormentasse con lui.

Mise in fila i sorrisi, guardando fuori, uno dopo l'altro: e quello più bello eccolo lì, gli sembrava proprio di averlo davanti. Le labbra della Salvestra: che si schiude vano come pronte a un canto, soffiandoti sul naso un 'invisibile polverina dai poteri magici, odorosa di ginestra, capace di risvegliare i sensi, o di incantarli - e che frastuono, in gola, il cuore! come l'agitato scalpiccio dei cavalli berberi alla festa di San Giovanni. Con la Salvestra, la figlia del sarto, erano cresciuti insieme, attraversando moltitudini di pomeriggi e di stagioni. Quei pomeriggi che le mani volavano sul foglio pasticciato pieno di conti perché il richiamo del sole fuori era troppo forte per resistere un minuto di più - e quanta luce entrava dalla finestra, i giorni prima dell'Incarnazione. I due ciliegi dirimpetto al palazzo accennavano le prime gemme nuove. Li avevano battezzati coi loro nomi, Girolamo e Salvestra.

Ora si affannava a riacciuffare l'odore di lei. La guarnaccia di seta che lasciava intravedere le ascelle umide di sudore fresco e i seni piccoli e rotondi, sapeva di polvere, di notte, di cavolfiore. Ora sentiva tutto questo, e vedeva: ecco le guance arrossate dall'ultima corsa, il respiro un poco affannoso, la sua voce allegra e stupefatta, quando spalancava gli occhi neri guizzanti, e bisbigliava come per una preghiera: ah, un camino! lo che darei, ripeteva alzando il naso verso il cielo, per avere un camino, Girolamo mio: tu ne dovresti ogni giorno rendere grazie al Signore. Un camino per sciogliere i geloni nelle notti di tramontana, per addormentarsi a quel tepore benigno, per cantare una canzone la sera di Natale. Noialtri invece, diceva la Salvestra, tocca contentarci di un focolare striminzito che imbottisce la stanza di fumo nero, e certe notti le passi a tossirti l'anima, con le spine del gelo lungo la schiena. Beati voi, diceva la Salvestra, che quando una sera Girolamo la portò di nascosto a palazzo per vedere i magazzini delle provviste, a momenti sveniva. Una girandola di prosciutti penzolanti dal soffitto come da un invisibile sconfinato albero della cuccagna, e formaggi di tutte le fogge, una fila sterminata di bottiglie di olio e di vino, un infinito rosario di uova, sacchi e sacchi di fagioli, ceste di vimini cariche di frutta colorata - una montagna di delizie da mangiarci per un secolo, che sembrava renderle omaggio come a una regina; una folla di cibi, un brusio di odori che si chiamavano a vicenda, quasi facendo a gara - e l'uno tentava di sovrastare l'altro: l'odore di pecorino contro quello delle prugne andate a male, l'aroma pungente del pepe contro il delicato sentore di noce moscata, in una battaglia senza fine e senza vincitori.

Si fecero spazio in quella calca come tra le navate del Battistero quando c'è messa grande, e accoccolatisi sull'impiantito sudicio si guardarono fisso negli occhi, comprendendo allora che il momento era arrivato. Il brusio attorno cresceva, i prosciutti sembravano intenti a una danza leggera sopra le loro teste, e i profumi cantavano una vecchia canzone d'amore, "Ed io per lo suo amor morrò di doglia", accennava sospiroso il basilico, e si svelava in un gorgheggio dolcissimo l'effluvio di cannella; suonava timido le sue corde delicate il rosmarino, accompagnato dalla voce malinconica e lontana dello zenzero, persa nella litania dei cacicavalli e nel canto profondo di baritono del parmigiano. Accordatesi, fecero allora un coro le cento voci dicendo sì, che era il momento, è il momento, e Girolamo pensava sì, è il momento, Salvestra pure, e allora sì, se mi ami, io ti amo, amami Girolamo, e un'orchestra a sospirare sì, a desiderare sì, a spasimare sì, le bocche sempre più vicine, le labbra protese come mani imploranti, in gola la solita corsa di cavalli berberi, un sussulto, e finalmente un bacio, il bacio, insicuro, spaventato della sua stessa bellezza , caldo e rugiadoso.

Tremava al ricordo. Si accorgeva di come non avesse mai smesso di crescere, nei giorni parigini, quell'amore bambino. E ora che cos'era diventato? Cercava la Salvestra lontana negli occhi nei capelli nelle mani di cento altre donne, e quel vano cercare rinsaldava un desiderio nuovo e confuso che non era più soltanto di corse insieme fino al tramonto. Quanti garzoni della sua età gli avevano sibilato all'orecchio, come una favola segreta, le storie dell'amore corporale scoperto in qualche andito polveroso con una delle servette paterne? Mio padre, gli ripeteva e ripeteva l'amico Alessandro, ha voluto così mio padre. E mio padre? si domandava addolorato Girolamo, di mio padre non ricordo neppure la voce. Ma sì, forse un giorno me l'avrebbe detto: Girolamo, è ora che tu impari l'amore. Se n'era andato poco dopo la nascita del figlio, messer Leonardo Sighieri, il tempo di mettere ordine nei suoi affari, e la madre, da bambino, gli raccontava di un viaggio, uno di quei tanti lunghi viaggi che costellano la vita dei mercatanti: tuo padre è partito, gli diceva, tuo padre è andato più lontano dei paesi d'Oriente, ma noi lo aspettiamo, vero Girolamo?, restiamo qui ad aspettarlo, io e te. Ben presto, però, aveva capito che il viaggio paterno era un viaggio senza ritorno, e sua madre lo ammise, abbassando lo sguardo: sei grandicello oggimai - e certo anche suo padre, come ogni nobile, per quel viaggio avrà indossato l'abito più sontuoso; mani calde di donna avranno lavato il suo corpo profumandolo di mirra e di aloe, e adornato dei suoi gioielli lo avranno adagiato su cuscini e drappi di lino e di seta, mentre i pianti si spargevano nell'aria.

SECONDA PUNTATA

Gli sarebbe piaciuto potere riconoscere da lontano il suo copricapo e la sua ombra, aspettarlo dietro l'uscio per chiedergli di accompagnarlo fino al Mercato Vecchio, e poi perdersi, con lui al fianco, nel ventre della città: osservare il lavoro dei ciabattini e dei maniscalchi, tendere l'orecchio alle chiacchiere dei barbieri e alle strida dei venditori di droghe miracolose, farsi largo nella calca brulicante di cavalli muli asini, mentre se ne vanno chissà dove i barocci stracolmi di verzure, e intanto ti si assiepano intorno mendicanti e ciechi, e un banditore, laggiù, dopo un acuto squillo di tromba, annuncia che è morto quel tale e la notizia è accolta da un coro di sospiri. Poi sarebbero passati insieme davanti alla bottega del sarto, il padre della Salvestra, e sarebbe stato bello poter lanciare uno sguardo ansioso verso quella soglia per cercare tracce di lei.

Lei: la Salvestra, che la signora madre chiamava stracciona, sostenendo che un Sighieri non può giuocare con una qualunque stracciona, e una sera, dopo cenare, glielo aveva urlato contro come un'ossessa, emettendo la sentenza: andrai a stare a Parigi. Ma lui diceva Firenze, rispondeva Firenze, voglio così bene come un altro potermi stare a Firenze, perché Firenze era la Salvestra, era le corse fino a Santa Reparata, era il Mercato Vecchio, Arno e i mulini per il grano, Firenze era l'ombra di suo padre. E lui non ci credeva punto che suo padre lo avrebbe mandato a Parigi, malgrado quanto di continuo ripetessero il vecchio tutore e sua madre. Suo padre, lui sì, avrebbe capito.

Pensò allora al ritorno. Interrogò il cielo di Parigi e le travi colorate del soffitto, domandò alla campagna dipinta sulle vecchie pareti di quella locanda di sospiri. Avrebbe ritrovato la sua Firenze e avrebbe ritrovato lei che lo aspettava. Tentava di immaginare le parole che le avrebbe detto: eccomi, Salvestra, sono Girolamo, sono tornato. Lei lo avrebbe abbracciato forte, dicendogli: andiamo. E in un baleno allora si sarebbero ritrovati al buio umido dei magazzini a palazzo, sotto la girandola di prosciutti e nel respiro delle spezie, ma sarebbe stato diverso e più bello, un bacio e poi una serie lunga più di quella delle uova sui ripiani di legno, e a quel punto lui avrebbe capito che era il momento, mentre facevano un coro nuovo le cento voci dicendo sì, che era il momento, è il momento, e Girolamo avrebbe pensato sì, è il momento, Salvestra pure, e allora sì, se mi ami, io ti amo, amami Girolamo, e quell'orchestra, di nuovo, a sospirare sì, a desiderare sì, a spasimare sì. Avrebbe cercato il corpo di lei sotto la guarnaccia odorosa di polvere, di notte, di cavolfiore, avrebbe sentito il sudore fresco delle ascelle scoperte e stretto piano nelle mani i seni piccoli e rotondi, mentre lei gli avrebbe fatto spazio nel suo corpo, e allora il coro intorno sarebbe parso di angeli, perché Girolamo e Salvestra avevano imparato l'amore. Pensò tutto questo accorgendosi che fino ad allora non l'aveva mai pensato, e forse non aveva pensato mai a nulla così intensamente, mentre una gocciola di seme scivolava giù, lungo un fianco.

Venne il tempo del ritorno e Girolamo era pieno di belle speranze. Non avrebbe voluto saperlo, ma poi seppe che in quei due anni di assenza ne erano accadute molte, a cominciare dal fatto che la Salvestra era andata sposa a un buon giovane che faceva le trabacche. Andò allora a cercarla, passò davanti bottega, e la vide che parlava sull'uscio con un'amica. Il suo sorriso abbagliava, e sotto la guarnaccia di lino, che sembrava la stessa di allora, il corpo s'era più scolpito, i seni e i fianchi più pronunciati. Era bellissima. Si avvicinò silenziosamente, sperando che fosse lei a scorgerlo tra la calca e a rivolgergli il saluto; le passò davanti, fingendo di non vederla, e sperava, sapeva che di lì a due passi avrebbe sentito la sua voce chiamarlo: Girolamo! Rallentava l'andatura, quasi si era fermato, ma niente. Che fare allora? Tornare indietro e correrle incontro per gridarle tutta quell'attesa e tutto quell'amore? Sono passati due anni, si diceva, ma non può avermi dimenticato. Eppure sembrava proprio così, mattina dopo mattina. Fece un cenno di saluto: niente. Fece ogni cosa pur di rientrarle nell'animo: niente. Ma forse era troppo cambiato, in due anni, cresciuto, nella voce, nell'altezza, e poi quella leggera peluria sulle guance e sul corpo: che cos'era diventato? un altro Girolamo? Se non fosse stato per Parigi, maledetta Parigi, questo non sarebbe di certo avvenuto.

Fu mentre desinava, in uno di quei giorni crudeli, che prese la sua decisione. La zuppa di ceci aveva un sapore amaro, e la tonnina pareva immangiabile. Pensò alla Salvestra quando diceva: voi ricchi. Voi ricchi mangiate tre volte al giorno; voi ricchi, diceva sorridendo, fate anche la merenda a metà giornata, e mangiate carne quasi ogni giorno, mentre a noi ci tocca il manzo bollito soltanto alla domenica e in qualche miracoloso giovedì. Voi ricchi, diceva, che vi lavate le mani prima e dopo mangiare, anche se le avete sempre pulite, e avete i servitori, le candele, i vini che vengono da lontano, e le tovaglie merlettate, le brocche di cristallo, le caraffe preziose. Ma io darei tutto pur di andare a stare con te, e la zuppa la mangerei anche senza pasta, pensava ogni volta Girolamo e lo pensava anche ora, e di quaresima mi farei bastare una scodella di ceci, e arrivederci ai musici e ai giocolieri, ai materassi più morbidi, alle lenzuola di lino e ai piumini, mi basterebbe un sacco imbottito di paglia, se dormissi ai tuoi piedi.

Sembrava dormire lei, invece, beata, di fianco al marito, quella sera, mentre Girolamo era nascosto dietro le trabacche. Le si avvicinò, restò un poco a osservare il suo respiro, le posò una mano sul petto sussurrando: o anima mia, dormi tu ancora? Salvestra fu per gridare, ma lui la fermò: per Dio, non gridare, ché io sono il tuo Girolamo. Deh, per Dio, Girolamo, vattene: è passato, rispose, quel tempo che alla nostra fanciullezza non si disdisse l'essere innamorati. Fu in quel momento che lui decise di morire, e dopo averle ricordato il tempo passato e il suo amore, la pregò di lasciare che le si coricasse a fianco, per riscaldarsi un poco, ché nell'attenderla si era agghiacciato.

TERZA PUNTATA

Tempo crudele, pensò, che strappi giorni e speranze, che distruggi ponti, recidi volti, e tu, memoria bastarda, ventosa traditrice, incapace di restituirci tutto ci lasci briciole di ricordi che non possono saziarci ma soltanto ardere nello stomaco, straziarlo. Tutto ciò che avevo l'ho perduto in una frase, in una verità che mi costringe a spostare lo sguardo davanti a me, io che in questi anni ho sempre guardato dietro: ma davanti che cosa ho? Crescere dunque vuol dire perdere? Se vuol dire perdere, voglio allora fermarmi qui, pensò Girolamo tremando, e non fu soltanto un pensiero della mente ma una dura volontà delle sue membra, che attraversò in un attimo ogni lembo di pelle, ogni più oscuro meandro interno, e le misteriose officine in cui si produce sangue, bile, o sperma, costringendo gli operai alla resa, e le vene, i capillari, le articolazioni e i muscoli, e l'ignoto alito che dà movimento e vita - in un attimo, si ringoiò i giorni vissuti, o li disperse, e con essi il sapore lontanissimo del seno materno, le prime percezioni del mondo, l'idea del mare e della luna e del cielo stellato sopra di lui, la cognizione del dolore e del piacere, l'odore del sangue e della terra, e addio Girolamo...

Il Lettore si è accorto che sono le otto e un quarto. Pensa che a questo punto è meglio fermarsi. L'orologio, nella casa del Lettore e in molte altre case intorno, segna proprio le otto e un quarto, o poco più. La strada, le strade, la città, la sua città e molte altre città del mondo a questo punto sono illuminate da un sole quasi alto, una volta ancora. Molti degli abitanti di queste città sono stipati in qualche autobus, in un metrò o in treni che se vanno chissà dove. In molte scuole sta suonando la prima campanella, e ci saranno bambini pronti a diventare piccoli Lettori prendendo dimestichezza con le lettere dell'alfabeto e con le parole del vocabolario. Incominceranno da venti e poi,una via l'altra, le parole, arrotolandosi allungandosi sdoppiandosi; diventeranno cento, diventeranno mille, e magari finiranno per costruire un libro, perché sono pietre: magari il libro di messer Boccaccio che il Lettore, fino a un momento fa, stava leggendo.

Il Lettore si è accorto che manca un pugno di parole e conoscerà il finale di questa storia. Sebbene siano le otto e un quarto, è forte il desiderio di conoscerlo. Girolamo è morto, che farà la Salvestra? Peccato davvero che siano le otto e un quarto, peccato essere costretti a ricominciare la vita propria, e lasciare così quella altrui e quel tempo, lontanissimo come un sogno al risveglio. La casa del Lettore è piena di libri; libri sulle mensole, in cucina, libri in bagno, libri in salotto - e in quei libri strade, paesi; città,mari; ma anche salotti, sale da pranzo,camere da letto,letti a baldacchino o di paglia, scodelle di terracotta e bicchieri di cristallo. Stanze, paesaggi; mondi che una libreria non potrebbe contenere se non sotto forma di libro. Una libreria, però, potrebbe contenere uno stupido calzerotto marrone, un barattolo di veleno per topi; un biscotto di pasta frolla, un paio di occhiali d'oro, e tutti quei piccoli oggetti che rendono un libro memorabile, come il vaso di basilico che coltiva Lisabetta per amore nello stesso libro che il Lettore ha scoperto in questi giorni.

Il Lettore si è accorto che leggendo subiva una straordinaria trasformazione. Non esterna: non denti da licantropo né peli super/lui. Una trasformazione profondamente interna. Si è accorto, pagina dopo pagina, che non stava leggendo, ma stava scrivendo. Si: scrivendo: con la mente certo, e anche in maniera un poco confusa, ma che differenza /a? Anzi; scrivendo con la mente non c'èbisogno di cancellare, e le parole ticchettate su quella tastiera invisibile sono così leggere, sospese, assolute e perfette come mai potrebbero essere sul foglio di carta, che le costringe a una finitudine in cui non possono che sentirsi strette.

Il Lettore si è accorto che ha finito di scrivere, quasi involontariamente. Ora conosce il finale della storia, non ha resistito, e sa che potrebbe cambiarlo, come è cambiata la sua casa. Ora la sua stanza non ha più pareti; come diceva una vecchia malinconica canzone dei suoi tempi andati; e niente più mensole,né libri su quelle mensole, né oggetti su quelle mensole. Ora la sua nuova casa, non avendo pareti; può contenere tutto ciò che in quella vecchia non ci stava, anzi può essere tutto ciò.Può essere una strada, un paese, una città, un mare, ma anche un salotto, una sala da pranzo, una camera da letto, un letto a baldacchino o di paglia. Può essere stanze, paesaggi; mondi. La sua casa nuova è la casa della Possibilità.

Il Lettore si è accorto che in mezzo alle righe di questa storia c'eranotanti vuoti; come in mezzo alle righe di qualsiasi storia, e che è stato bello riempirli con dei pezzi di sé,con la sua nostalgia o il suo dolore, con un suo amore perduto o con uno che sta ancora vivendo - con qualcosa di suo. Leggere, dunque, è scrivere, o riscrivere, riempire il non-detto a piacimento,poter credere o no che anchela Salvestra sia morta per amore di colui «a cui vivo non aveavoluto d'un sol bascio piacere», inventarsi un'altra fine.

Il Lettore si è accorto allora che le storie non finiranno mai;perché anche quelle già sentite puoi raccontarle e raccontarle all'infinito, dilatandole, facendole più magre opiù grasse, più dolenti o più allegre. Si è accorto che quando le storie lette e riscritte non ti entrano più nella testa, allora si apre la scatola, e le storie cominciano a svolazzarti intorno. Allora senti il bisogno di liberartene, cioè di fermarle con la scrittura d'inchiostro, strumento tormentoso, malattia e prigione.

Il Lettore si è accorto che sono quasi le nove, deve andare a lavoro e tornare dentro le pieghe del tempo suo. Sa però che un giorno si fermerà, magari sarà stanco allora, ma indossando pantaloni di flanella bianca camminerà e camminerà lungo un bagnasciuga, e si tormenterà, si arrovellerà sino a che non troverà il rimedio, una macchina mondiale, un computer che raccoglierà infinite storie di infiniti libri di infinite biblioteche - e a chi scriverà nel futuro basteranno poche parole per dire, perché un clic su una parola sarà come aprire una casa della Possibilità, mille case della Possibilità, sarà un immenso intertesto, un ipertesto, un innesto di nuovo e di vecchio, sarà il sogno sconfinato di Petrarca, non solo il suo, sarà un gioco senza fine di rimandi; una rincorsa di echi, un tesoretto; sarà di più.

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