Rielaborare il dolore dei mesi di pandemia la Diocesi invita i sanitari nella natura di Vo’

Due giornate di incontro rivolte a medici e infermieri per condividere paure e certezze con una psicologa e un monaco 

IL CASO

Finita l’emergenza, sono tornati alla vita di prima. Lavoro, famiglia, svaghi, una vacanza in programma. Ma tre mesi di dolore, di storie degli altri vissute a distanza ravvicinata, di paure e di drammi, non possono scivolare in un cassetto della memoria senza lasciare tracce. Il rischio è che una resa dei conti con un vissuto così impegnativo sia solo rimandata. Ecco perché la diocesi di Padova, attraverso la Pastorale della salute, chiama i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, a un momento di rielaborazione dell’esperienza fatta durante la pandemia. Una giornata da vivere nella natura, con il sostegno di figure specializzate, per confrontarsi e per riflettere. «Perché mettersi tutto alle spalle e cercare di tornare alla vita di prima non è possibile per nessuno», spiega suor Francesca Fiorese, direttrice dell’ufficio di Pastorale Sociale della diocesi, «e in ogni caso ci farebbe perdere quello che di buono c’è stato, anche in un periodo così doloroso».


la proposta

Quindici fra medici, infermieri e operatori; la natura dei Colli Euganei, anzi più precisamente (non a caso) di Vo’ e del sentiero che da Boccon porta alla chiesetta di Cortelà; una psicologa e psicoterapeuta, docente di counseling, come Lieta Dal Mas; un monaco benedettino, docente di liturgia all’istituto Santa Giustina di Padova come Giorgio Bonaccorso. E otto ore e mezza a disposizione, dalle 9 alle 17.30. Sono gli ingredienti della giornata (4 luglio e poi si replica il 18 luglio, iscrizioni ancora aperte sul sito della diocesi), pensata per offrire ai partecipanti il tempo di mettere a fuoco il vissuto, da soli e con gli altri. E poi di elaborarlo, in un pezzo di strada da fare a piedi. «Non è un appuntamento per fedeli praticanti, anche se organizziamo noi e c’è comunque la nostra impronta», spiega suor Francesca. «Non a caso abbiamo voluto che ci fosse Giorgio Bonaccorso perché lui è una persona dalla fede incarnata, che vive la fede nella sua natura fisica. E credo che dovremmo parlare tanto di corpi», insiste suor Francesca. Alla quale un’infermiera «che non è neanche cattolica» ha raccontato di come per tutti i morti di Covid, in assenza di un prete, ci fosse comunque un segno di croce o una preghiera da parte dei sanitari. «Mi ha detto che nessuno è andato via senza quel momento», racconta suor Francesca, «e anche questo ci dice quanta spiritualità ci fosse in quella realtà così drammatica».

per non dimenticare

«Guardiamo in faccia l’accaduto e troviamogli un senso», dice ancora suor Francesca, che spera di poter avere tutti e trenta gli ospiti per le due giornate. «Nella pandemia sono emerse forze e debolezze, paure e nuove certezze. Sarebbe bello ritrovarle. E invece il rischio è che torniamo a correre verso il conosciuto, dimenticando che nel dolore c’è stato anche tanto di buono da conservare». —

cric

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