Ecco il piano apripista per il ritorno in classe 110 bimbi tra i banchi del campus didattico

Gli alunni della Giovanni XXIII della Stanga e della Ferrari di Camin alle prese con le nuove regole che dovranno affrontare a settembre 

l’esperienza

Elvira Scigliano / PADOVA


Tutti a dire ma quando riprenderà la scuola, come si farà, con quale organizzazione. Al VII Istituto comprensivo non si dice, si fa. Alla scuola elementare Giovanni XXIII della Stanga e alla Ferrari di Camin, lunedì è iniziato il campus didattico, il primo in Italia, che ha riportato i bambini a scuola, con i loro insegnanti e nelle loro classi.

A Camin saranno quattro settimane (fino al 17 luglio) dalle 8 alle 12.30; alla Stanga saranno cinque settimane dalle 8 alle 16 tra giugno e luglio (fino al 24 luglio) e tre tra agosto e settembre (24 agosto – 4 settembre).

Sono loro i pionieri di settembre: hanno messo a punto un protocollo di sicurezza che tiene conto delle linee guida per i centri estivi, coinvolgendo insegnanti, personale scolastico, educatori, famiglie e tirocinanti della facoltà di Psicologia. Organizzatore del campus è Fabio Rocco, maestro alla Giovanni XXIII, lo stesso che ha permesso alla scuola di partecipare al bando (poi vinto) “La mia scuola è differente” che lo ha portato al tavolo per le politiche d’integrazione sociale dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Se non ci fosse stato il bando non ci sarebbero state le risorse e questa prova generale di scuola sarebbe rimasta un sogno.

Il campus è costato 50 mila euro – di stipendi e materiale – del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, mentre alle famiglie appena 10 euro a settimana per il tempo pieno (con mensa) e 5 euro a settimana per mezza giornata. Partecipano 70 bambini alla Stanga e 40 a Camin che hanno tra i 6 e gli 11 anni.

Si entra ogni 15 minuti dalle 8 alle 8.30, all’ingresso viene misurata la temperatura, devono essere igienizzate le mani e cambiate le scarpe. Le mascherine, se qualche bimbo non ce l’ha, le fornisce la scuola; ogni gruppo ha un bagno di riferimento che viene igienizzato ad ogni utilizzo; mentre la mensa è porzionata e – tempo permettendo – apparecchiata in giardino. Una volta all’interno, dalle 8.30 alle 11 si fa scuola.

La Giovanni XXIII vanta un parco verde straordinario che consente anche le lezioni all’aperto e quando i bambini – a turno – stanno fuori, nemmeno si accorgono di far scuola. Ma anche in classe quello che si sente è il profumo della felicità: «Ho chiesto ai miei alunni cosa li rendesse felici – racconta la maestra Antonella Giulivo, innamorata dei suoi piccoli e del suo lavoro – e mi hanno risposto “stare a scuola”. Ma come? Non la pizza? O le patatine fritte? “No, giocare qui a scuola con gli amici”. Non mi sarei mai aspettata questa risposta. Ma è chiaro che a casa da soli hanno sofferto».

Per partecipare al campus sono previste delle condizioni: entrambi i genitori devono lavorare; sono privilegiate le situazioni economiche meno fortunate; si tiene conto dell’uniformità dei gruppi. Le difficoltà non mancano: «La cosa più difficile è tenere addosso la mascherina» rivela il maestro Oscar Muratori, della Ferrari «e poi siamo un po’ preoccupati per settembre, per gli spazi con classi da 24-27 alunni. Ma un modo va trovato, perché abbiamo visto studenti tristi per la solitudine, spaventati non per il virus ma all’idea di restare ancora soli».

«La didattica a distanza è stata la didattica dell’emergenza» riferisce Rocco «un tampone e non una soluzione. Pensare che sia la modalità normale non sta in piedi». «Questo campus è la rivincita della scuola spazzata via dal coronavirus» scandisce la maestra della Giovanni XXIII Monica Galuppo «è bastato un attimo ai nostri piccoli per superare la parentesi del Covid-19: come non ci fosse mai stato. Il primo giorno ho dovuto bloccare la potente emozione dell’abbraccio, fra loro e con noi, mi è costato molto, ma era necessario capissero da subito le nuove regole. Che per altro hanno appreso velocemente e con rigore».

Alle 11 si cambia registro: fine della scuola, inizio della parte ricreativa affidata agli educatori. «Si dipinge, si gioca, si fanno percorsi a ostacoli» racconta Fabio Trevisan, uno degli educatori «l’importante è proporre giochi che non avvicinano, attenti a non trasformare le regole anti-contagio in un incubo». «Questo progetto è un allenamento unico» sottolinea Laura Salmaso, educatrice «per gli insegnanti, per i bambini e per i genitori che devono mettere in conto il tempo più lento dell’ingresso e dell’uscita. Stanno dando vita ad un modello nazionale». —

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