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Banzato: «Lo stop è stato un errore ora facciamo ripartire la siderurgia»

Il leader di Federacciai e presidente di Acciaierie Venete: «Non teniamo oltre la metà di aprile» La Cig per le filiere principali del Paese costa alcuni miliardi al mese: «Non sarà sostenibile»

Roberta Paolini
2 minuti di lettura

l’intervista



Tagliati fuori, ma con la voglia di tornare. Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete e leader di Federacciai, lancia l’allarme sulla disparità competitiva che si trovano ad affrontare i gruppi della siderurgia «anello fondamentale delle filiere manifatturiere italiane» rispetto ai colleghi europei. Ma lancia anche un messaggio di ottimismo: forse è il momento di pensare a come ripartire.

Presidente Banzato nei giorni scorsi ha affermato che fermare la siderurgia italiana è un rischio. Ci sono filiere che già soffrono per la mancanza di approvvigionamento di materiali?

«Sì, dal biomedicale all’agricoltura, filiere molto attive in questo momento di crisi. Fermarci è stato sbagliato: tutti i nostri competitor e le stesse aziende controllate da noi italiani all’estero sono aperte».

È un lockdown totale quello dell’acciaio italiano?

«Sì siamo al 95%. Restano aperte alcune aziende di Arvedi in Lombardia, e poi c’è l’Ilva che è rimasta aperta, anche perché quello è un ciclo continuo non si può fermare».

Che segnalazioni vi arrivano?

«La Malvestio che sta terminando i tubi per i letti che sono forniti da Marcegaglia, la meccanica che fornisce il settore agricolo, quindi trattatori o macchine per il trattamento dei terreni. Ma anche nel biomedicale, pensiamo a tutte le forniture per macchine del settore sanitario, l’acciaio è un settore estremamente pervasivo. E se una filiera necessità di approvvigionarsi e non trova va a cercare fuori, visto che gli altri stanno lavorando».

Quali sono i paesi in cui il blocco non è scattato?

«Tutti i paesi della prima fascia est, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, ma anche la Francia, la Germania. Noi competiamo nel mercato europeo e se i miei clienti temono l’incertezza per esempio della data di consegna io perdo l’ordine e qualcuno lo prende al posto mio».

Perché l’acciaio è stato tenuto fuori dai settori necessari al mantenimento in vita delle filiere essenziali?

«Perché ci hanno lasciati fuori».

Non c’è una risposta?

«Non lo so. So, invece, che chi doveva chiudere per questioni di sicurezza lo aveva fatto già una settimana prima del Dpcm. Confindustria con i sindacati aveva stretto un accordo con delle misure per la sicurezza sanitaria elevatissime per i lavoratori. Un protocollo che non ha eguali in Europa. Dobbiamo ripartire da quell’accordo, cominciare a ripensare a questa nuova situazione: ora forse si può pensare di rientrare in fabbrica. Ci saranno quelle stesse forti prescrizioni, non voglio ripetere una cosa logica: è evidente che nessuno sta scambiando il lavoro con la sicurezza e la salute delle persone».

Ma lei ritiene che sia giunto il momento di riaprire?

«Io credo che se verremo confortati dai dati sui contagi, perché su quelli dobbiamo basarci, nella seconda metà di aprile potremo iniziare a pensare di ripartire. Con delle prescrizioni di sicurezza molto vincolanti, ma dobbiamo iniziare a pensarci».

Crede che non sia possibile aspettare ancora?

«È difficile andare oltre secondo me, non possiamo tenere di più di così. Federmeccanica ha dato i numeri l’altro giorno: 1,4 milioni di dipendenti in cig con un costo mensile di alcuni miliardi. Noi abbiamo 70 mila addetti, con l’indotto 100 mila, basta una moltiplicazione e si capisce di che numeri servono per tener chiuse queste filiere».

Che impatto vi aspettate nel comparto dell’acciaio con questo fermo?

«Il 2020 non era partito malissimo, certo c’erano un po’ di strascichi dovuti alla coda del 2019 dove avevamo assistito ad un calo, ma i primi mesi non erano andati male. Oggi se devo pensare che un mese è da darsi per perso e non sapendo come sarà la ripartenza credo che almeno un -10% di perdita lo avremo. Però ci sono talmente tante variabili nel dopo».

Come giudica le scelte sul piano economico del Governo e cosa si deve fare secondo lei ora per non sprofondare in una recessione dagli esiti inimmaginabili sul piano delle cifre?

«Sulle scelte fatte finora credo che siano state attuate con quello che si aveva. Le nostre risorse sappiano essere limitate. So che tra le misure allo studio c’èil finanziamento con garanzia di stato del 25% del fatturato. Una misura che rimetterebbe in moto il circolante. C’è anche chi ha ipotizzato il semestre bianco, cioè una sospensione di tutti i tributi per sei mesi. Ma io preferirei i finanziamenti, anche per non aumentare lo stress sulle casse dello stato».

Il timore che è che il debito dell’Italia possa essere ulteriormente abbassato in termini di investment grade.

«Non deve avvenire. È una crisi che coinvolge tutti, perciò l’Europa deve intervenire, ma io su questo sono fiducioso».

Ad agosto si lavorerà?

«Spero di sì, con gli ordini della ripartenza». —

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