Segregata e violentata da un profugo, liberata dopo 11 giorni: «Un inferno»

Padova, i carabinieri arrestano un nigeriano richiedente asilo: era ospite della cooperativa Edeco. La vittima: «Mi diceva prostituta»

PADOVA. Attirata in Italia con la promessa del matrimonio e poi segregata in una stanza, violentata e picchiata per undici giorni di fila. L’incubo di ogni donna si materializza in un condominio anni ’60 dove vengono ospitati i richiedenti asilo. Il violentatore di questa ragazza di 22 anni della Repubblica Ceca, tradita con l’illusione dell’amore, è un nigeriano di 26 anni. Peter Chiebuka è arrivato in Italia quattro mesi fa, entrando così nel programma di protezione del Ministero per i richiedenti asilo. Assiduo frequentatore del centro di Padova nei pomeriggi sempre liberi, con la sua condotta vile entra a tutti gli effetti nella galleria degli stereotipi cari ai populisti con la figura dell’invasore-violentatore.



Contatto su Facebook

Ora è accusato di reati gravi come sequestro di persona, violenza sessuale e rapina, perché durante il periodo in cui ha tenuto segregata la donna le ha rubato anche le 50 mila corone (pari a 2 mila euro) che lei aveva portato con sé. Quello che si compie nella campagna di Tribano, nell’abitazione al civico 90 di via Mazzini, è il dramma di due solitudini. Lui che scappa dalla sua terra per cercare una prospettiva migliore in Europa, lei che rimane senza padre e senza madre troppo presto nella sua Praga. L’algoritmo di Facebook combina in qualche modo queste due identità digitali, dietro alle quali ci sono però due persone vere, ognuna con le sue esigenze, ognuna con i suoi sogni da realizzare. La corrispondenza via chat dura mesi. Appena Peter Chiebuka trova una sistemazione stabile in una delle abitazioni prese in affitto dalla cooperativa Edeco, decide che è il momento di realizzare il suo folle piano. Dice alla ragazza che vuole sposarla e la convince a venire in Italia.



Incubo di 11 giorni

«Pensavo che tra noi ci fosse un sentimento, invece il suo unico pensiero era solo mettermi le mani addosso», ha raccontato la giovane a una marescialla dell’Arma, chiamata appositamente per raccogliere la sua cruda testimonianza. È il racconto di una donna ferita, annientata. Accolta nell’appartamento condiviso da tre africani, rinchiusa nella stanzina dove dorme il suo Peter. Lì dentro è stata violentata e maltrattata, senza che nessuno degli altri muovesse un dito per aiutarla. Dal 19 al 30 novembre la donna rimane, di fatto, prigioniera di quello che sarebbe dovuto diventare il suo sposo. L’incubo sembra non avere fine ma, a un certo punto, riesce a mettere mano a un telefono cellulare.



L’allarme

Manda un messaggio su Whatsapp a un amico in Francia, il quale inoltra la richiesta d’aiuto alla centrale unica della polizia europea. Da lì parte la segnalazione alla Questura di Padova ma con il positioning (tecnica di individuazione con l’utilizzo del gps) vedono che si tratta di Tribano, per cui la segnalazione arriva ai carabinieri. Dalla Compagnia di Abano il tenente Luigi Troiano invia sul posto il comandante di stazione, il luogotenente Salvatore Giuffrida. Il sottufficiale dell’Arma fa irruzione in casa, sfonda la porta della camera da letto e trova la ragazza, spaventata, ferita e mezza nuda. Subito viene fermato il nigeriano.



Il racconto

«Mi gridava prostituta e mi picchiava» ha raccontato ancora scossa alla marescialla che il comando provinciale del colonnello Luigi Manzini le ha messo a disposizione. Dopo un piatto di pasta mangiato nella stazione dei carabinieri di Tribano si è calmata e ha vuotato il sacco. «Pensavo mi amasse, invece è stato un incubo. Temevo di non riuscire più a scappare da quel posto», ha detto. Al termine della deposizione è stata accompagnata all’ospedale di Schiavonia. Il sostituto procuratore Marco Brusegan ha deciso di procedere con l’arresto del nigeriano, che perderà quasi certamente il diritto alla protezione internazionale.

Le indagini

L’attività dei carabinieri di Abano e Tribano sono tutt’altro che concluse. Bisogna chiarire innanzitutto il ruolo degli altri inquilini. La donna, durante la sua deposizione, non ha mai parlato di violenze di gruppo. Potrebbero però avere responsabilità per non aver denunciato una circostanza così grave, per non essersi in qualche modo messi allarme mentre lei implorava aiuto dentro la stanza. —


 

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