Freddy e Debora di nuovo in aula. Ma sono quasi irriconoscibili

Devono rispondere di detenzione di armi comuni da sparo. Lei ha chiesto di patteggiare, lui non vuole riti alternativi

PADOVA. Si sono guardati negli occhi con un po’ di commozione. Poi un reciproco cenno di saluto a distanza, sotto gli occhi attenti degli agenti di Polizia penitenziaria: divieto di avvicinarsi e di parlare. Ieri mattina erano di nuovo in un’aula di giustizia i fratelli Freddy e Debora Sorgato, assassini dell’impiegata di Albignasego Isabella Noventa, secondo una sentenza confermata in appello. Assassini dell’ex fidanzata di lui, odiatissima da lei. L’accusa di cui ieri erano chiamati a rispondere? Detenzione illegale di armi comuni da sparo. Tutto rinviato al 20 dicembre quando il gup Elena Lazzarin deciderà l’eventuale patteggiamento della donna e si pronuncerà sulla richiesta di rinvio a giudizio dell’uomo, entrambi difesi dall’avvocato veronese Cristiano Pippa.



I fratelli killer Tutti e due sono arrivati in aula, Freddy proveniente dal carcere Due Palazzi di Padova, Debora dal carcere femminile Montorio di Verona. Apparivano l’ombra di se stessi: appesantiti, invecchiati, provati. Freddy, 50 anni, capelli radi sulla testa e lunghi sulle spalle, disordinatamente raccolti in un codino, sembra avere 10 anni in più rispetto ai giorni successivi alla scomparsa di Isabella (avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 gennaio 2016) quando di fronte a microfoni, telecamere e obiettivi dei fotografi faceva (finti) appelli, invitando l’ex a farsi viva e a tornare. All’epoca era un ballerino-sciupafemmine, ora è precocemente invecchiato e spento. Debora, 48 anni, il volto mezzo coperto dalla chioma di capelli lunghi tinti con i riflessi rossi, è ingrassata e meno spavalda di quella che era un tempo. In aula sono stati tenuti lontani. Diverse le scelte processuali. Debora ha già chiesto l’ammissione al rito alternativo che prevede, per legge, lo sconto di un terzo in caso di condanna: la proposta del difensore è di un anno, il pm Giorgio Falcone dovrà esprimere (o meno) il proprio consenso. Nessun rito alternativo per Freddy: sempre il pm Falcone ha chiesto di processarlo, pertanto sarà il gup a decidere se spedirlo a giudizio o meno.

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Le accuse È il pomeriggio dell’8 marzo 2016 e i fratelli Sorgato con l’amica-complice veneziana Manuela Cacco sono già in carcere dalla sera del 16 febbraio. Chiama i colleghi carabinieri l’allora fidanzato di Debora, il maresciallo (in congedo) Giuseppe Verde, che vive in una palazzina nella frazione di Camin in via Vigonovese, in un appartamento che condivide lo stesso pianerottolo con l’abitazione della compagna. Compagna che, a casa del fidanzato (almeno fino a quelle settimane), aveva sistemato alcuni scatoloni di cose sue. Tra quelle “cose”, oltre a 124 mila euro in contanti suddivise in mazzette (soldi sequestrati e assegnati a Ofelia Rampazzo, la madre di Isabella, come quota parte del ristoro che le spetta di 500 mila euro), anche delle armi: una pistola Beretta calibro 7,65 completa di caricatore e di 14 proiettili, una pistola Astra calibro 9 per 19 modello 600, 93 cartucce calibro 7.65, 53 cartucce calibro 9 per 21. Quanto a Freddy, invece, è perquisita più volte la sua villetta di Noventa Padovana in via Sabbioni 11 (ora venduta all’asta sempre per pagare i risarcimenti riconosciuti alla famiglia di Isabella Noventa). E così deve rispondere di violazione del Testo unico delle leggi in materia di pubblica sicurezza in quanto non avrebbe denunciato di aver trasferito la detenzione di armi comuni da sparo (tre pistole e un fucile da caccia con le munizioni) dalla casa della madre alla nuova abitazione dove aveva fissato la residenza e, ancora, di aver detenuto un quantitativo di cartucce (561) in numero superiore al consentito (il massimo è 150), oltre ad alcune “armi bianche”come un tirapugni, uno storditore elettrico e un coltello a scatto.

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L’omicidio Intanto si attende l’ultimo grado di giudizio, ovvero la Cassazione (l’udienza deve ancora essere fissata) per il delitto di Isabella il cui corpo non è mai stato trovato. Con rito abbreviato i fratelli Sorgvato sono stati condannati (in primo grado e in appello) a 30 anni per omicidio premeditato e soppressione di cadavere; Manuela Cacco, che aveva parzialmente collaborato, a 16 anni e 10 mesi per gli stessi reati e per stalking ai danni della vittima . —
 

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