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«La sindrome di Asperger non riuscirà a fermarmi». E Michele si laurea in Turismo Culturale

Padova, il giovane ha saputo superare tanti ostacoli e a diventare dottore. «Sì, a volte mi comporto in modo strano, ma saprò realizzarmi» 

PADOVA. Michele Bottazzo è dottore in Presentazione e gestione del turismo culturale. Ieri ha discusso una tesi su Salvador Dalì e la Catalogna a palazzo Capitanio. Ha 27 anni ed è il primo laureato della sua famiglia. Papà è un operaio, mamma una casalinga, il fratello ha deciso di lasciare la scuola in quarta superiore. Un bel traguardo. Anzi. Eccellente. Perché Michele ha la sindrome di Asperger, ovvero la SA, un disturbo pervasivo dello sviluppo, annoverato fra i disturbi dello spettro autistico; non comporta ritardi nella capacità di acquisizione del linguaggio, né delle capacità intellettive in generale, ma limita la vita delle persone che ne sono affette. Questo non ha impedito a Michele di laurearsi con un punteggio importante (95). La più orgogliosa è mamma Bruna Andriolo, lei che quando c’è stato qualche momento più difficile, l’ha spronato, spinto a fare del suo meglio, invitato a vedere oltre la vulnerabilità.

«Prima dell’Università – racconta Bruna – Michele ha frequentato l’Istituto professionale Da Vinci e ha imparato presto a cavarsela da solo. Quando è arrivato all’Università non sapeva nemmeno cose mi faceva un piano di studi, non sempre è stato tutto facile, ma lui non ha mai mollato. Sperava di avere un tutor che gli desse una mano, ma è riservato solo ai casi più gravi e il mio ragazzo non si è mai arreso: ha preso appunti, sostenuto tanti esami, dato prova di essere determinato». Malgrado alcune limitazioni: «Michele – spiega mamma Bruna – non ha il senso dell’equilibrio e la concezione dei movimenti. La sua sindrome è il residuo di una meningite contratta a 10 giorni». E ora? «Ora vorrei lavorare – rivela Michele – Ho fatto un doppio stage nella biblioteca di Mestrino e mi è piaciuto tanto. Vorrei lavorare in un museo o in un’agenzia di viaggi o in una biblioteca. La mia sindrome non è un vanto, non è un simbolo, è la mia vita. A volte mi comporto in modo strano, ho comportamenti ripetitivi: mi tocco i capelli di continuo, parlo di un argomento fino allo sfinimento, ma questo non mi impedirà di realizzarmi». —



 

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