«Caro sindaco, ma ora Padova va rigenerata come comunità»

Lettera aperta dell’ex primo cittadino Settimo Gottardo a Giordani «Troppe morti in solitudine: serve presenza più che assistenza» 

l’intervento

Caro Sergio, sei arrivato ad essere il sindaco di questa città dopo un periodo in cui Padova ha vissuto una politica conflittuale, aggressiva. Tutto ciò avveniva mentre la città rischiava l’emarginazione e la decadenza post moderna. Cioè Padova ha corso e corre il rischio di diventare una città che muore (vedi la zona industriale, vedi interi quartieri). Il rischio è quello di passare dall’essere una capitale a essere una città morta. Le morti da anni nella nostra città si susseguono in solitudine, nell’indifferenza collettiva di vecchi soli, vicini di casa ma distanti nella vita. È capitato più volte, un anno fa e più recentemente all’Arcella, vicino a dove vivo: sono stati trovati due anziani coniugi morti dopo un mese dalla dipartita prima dell’uno e poi dell’altro. Poco dopo e poco distante, due fratelli si sono uccisi l’un l’altro. In pieno centro storico, qualche settimana fa, in un appartamento affacciato sulle piazze, una persona sola ha dato segno della propria fine solo a causa dell’odore della propria morte. Ultimo il caso di questi due fratelli che abitavano in Riviera Paleocapa, deceduti non di inedia, o di povertà. Colti e benestanti, questi due cittadini di Padova, sono stati ritrovati dopo giorni da una morte che ha avuto come complice la solitudine e l’indifferenza assassina. Questa non è la morte dei singoli, è la morte della città. E il killer è la solitudine. E gli amministratori devono fermare il killer, non piangere i morti. Secondo Spi Cgil in provincia di Padova ci sono 200mila over 65 enni. Un terzo di questi risiede in città. Di questi due su cinque sono vedovi, celibi o divorziati: vivono, e rischiano di morire, soli. Non poveri, ma abbandonati. Questo non è un problema di assistenza per non autosufficienza economica: il Comune di non autosufficienti economici ne ha in carico alcune centinaia e li sente a volte, anche come un peso. La maggioranza di queste persone sole sono pensionati, che rischiano di incontrare una società ostile e il cui contesto è l’abbandono. Il problema non è l’assistenza, perché il sistema pensionistico alla fin fine funziona, senza eccellere, ma funziona. È l’abbandono la malattia, è la vicinanza e prossimità, la cura.


Ma tu pensi, caro Sergio, che basti un consiglio di quartiere, vecchio e lottizzato, a creare vicinanza e prossimità? Pensi che l’assistenza possa sostituire la presenza? Che le ronde di vicinato possano costituire comunità di vicinato e solidarietà esistenziale? Pensi che una catena di supermercati, sia pure con la spesa a domicilio, sostituiscano l’economia di prossimità strada per strada e contrada per contrada? È il sindaco che deve chiamare queste famiglie, tirarle fuori dall’abbandono e dalla solitudine. Chiamare e cercare, costruendo occasioni e canali di comunicazione, le famiglie risponderanno. Un Comune attivo chiama, va incontro ai suoi cittadini più fragili, non si fa chiamare da cittadini, che il più delle volte hanno sacrificato la vita nel lavoro e nella crescita dei figli, sempre che ne abbiano. Cittadini che hanno il pudore di chiedere aiuto, e spesso mettono da parte persino i fondi per il proprio funerale pur di non essere di peso, nemmeno dopo morti. La presenza deve sostituire l’assistenza.

Va ripreso il piano casa, il cohousing il social housing; altro che edifici pubblici abbandonati e sgomberati! Il problema non è di ordine pubblico, è la costruzione di presenza e solidarietà, anche plurima, anche scomoda e dissidente, ma presente, che rende la città viva. Occorre trasformare i negozi chiusi in coworking, in laboratori artigiani, per integrare i giovani studenti ed i vecchi esperti nell’arte del saper fare con le mani, e dare un ruolo lavorativo anche ai nuovi cittadini. E poi ci lamentiamo della mancata inclusione, dei conflitti sociali, della solitudine della paura del diverso? Diversi siamo noi. Diverso è il Comune che non costruisce società. Fare politica è fare polis, fare comunità. L’assistenza la facevano anche i Soviet, che offrivano agli operai la mensa nelle fabbriche ed ai bambini la mensa nelle scuole. Ma, all’epoca dei Soviet, non esistevano più né le famiglie, né la comunità.

Siamo all’inizio di un nuovo ventennio del 2000. Quale società vogliamo costruire? Aprire nuove strade, nuove piazze, nuovi supermercati. Bene, ma non basta. Non rischiamo che le nostre città siano soffocate da discariche sociali: da un lato i vecchi soli e dall’altra i bambini addossati di peso a padri e madri che non ce la fanno più. Padova rischia di diventare una città di vecchi abbandonati e senza figli giovani che li sostituiscano: dissanguata dall’emigrazione della generazione Erasmus senza ritorno. Possiamo pensare che un quartiere venga rianimato da una questura nuova o da un nuovo ufficio dell’anagrafe? Non è preferibile forse una diversa e rinnovata solidarietà umana di cui il Comune (nome che deriva dal concetto di comunità) deve essere protagonista? Le società sovietiche sono entrate in crisi perché avevano il controllo paranoico dei palazzi ricordiamocelo quando l’unica soluzione che si profila è il controllo di vicinato. È la città che va rigenerata come comunità, anche con le sue contraddizioni sociali, anche con i suoi attriti e conflitti metropolitani che ne sono il sale; non con la tranquillitas ordinis che ne è la tomba. Secondo Open Polis Padova è tra le prime dieci città in Italia per rapporto, altissimo, tra numero di dipendenti comunali e cittadini residenti, più di uno ogni 100 abitanti. Meno dipendenti comunali negli uffici e più operatori presenti nella società, senza declassare il volontariato a mera supplenza della funzione pubblica: questa può essere un inizio di risposta. Da te, caro Sergio, ci aspettiamo una mitezza non solo nei toni delle parole, ma anche nelle azioni di governo. Ci stai dando tanto, ma ti chiediamo ancora di più.

Settimo Gottardo

ex sindaco



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