Il monte più alto, il confine più lontano, il nome più breve: Vo’, guado fra città

Luogo di passaggio obbligato fra Padovano e Vicentino dove le due rivali conducono la guerra dei corsi d’acqua

Tutto concentrato in soli seicento metri: per la precisione, i 603 che separano la cima del monte Venda, la più alta dei Colli Euganei, da quella pianura oggi coltivata soprattutto a vigneto, ma in epoca remota occupata da una sterminata distesa di paludi e acquitrini.

Sulla quale si elevava uno strategico punto di passaggio, un guado: “vadum” in latino, da cui Vo’, completato nell’uso dall’aggiunta di “Euganeo”. La geografia, e di conseguenza la storia di questo comune, sono racchiuse in questo modesto dislivello, che scendendo dalla cima del monte passa per le frazioni di Boccon, Zovon e Cortelà, fino a raggiungere ormai in pianura Vo’ Vecchio: luogo quest’ultimo collocato in posizione di assoluto rilievo, a metà strada tra il vicino castello di Valbona e la bastia (area fortificata, che oggi dà il nome alla località) di Rovolon, dove proprio per questa caratteristica nel 1149 viene costruita un’imponente torre detta della Nina.

Un guado è inevitabilmente destinato a diventare anche un’area di confine, specie quando pazienti e secolari lavori di bonifica hanno prosciugato in larga parte le zone paludose, rendendo la terra coltivabile ma anche e soprattutto attraversabile con maggior facilità. Ed è proprio l’essere punto di confine che finisce per rappresentare una Vo’ che costituisce l’ultima propaggine meridionale del territorio padovano, ai confini con quello vicentino. Le due città sono entrambe in una fase emergente, e lo scontro è inevitabile; in questo contesto anche l’acqua può trasformarsi in motivo e terreno di contesa.

Il fiume deviato

Succede nella prima metà del 1100, quando quelli di Vicenza trovano un espediente ingegnoso quanto efficace per mettere in difficoltà gli storici e acerrimi rivali di Padova: deviare a Longare il corso del Bacchiglione, per impedire che arrivi nella città nemica, compromettendone così sia i rifornimenti idrici che i traffici commerciali via fiume e l’importante attività delle macine dei mulini. Queste vere e proprie guerre dell’acqua si protraggono per un paio di secoli, fino a che i padovani nel 1314 trovano la soluzione definitiva, scavando un canale, il Brentella, che a Limena raccoglie le acque del Brenta per farle confluire nel Bacchiglione nella zona sud della città.

Ma intanto i vicentini hanno bisogno anche di garantirsi un collegamento fluviale con la laguna e con Venezia senza dover necessariamente usare il Bacchiglione, che significa dover passare per Padova con i relativi rischi. Così nel 1143 iniziano lo scavo di un canale artificiale, il Bisatto, che partendo sempre da Longare va a finire nel canale di Pontelongo, e di lì a Chioggia, passando per una serie di località che diventano altrettanti porticcioli fluviali; e tra questi figura Vo’ vecchio. Dove la ricordata presenza della “Nina” testimonia dell’esistenza di una situazione di conflitto permanente, strisciante o manifesto che alla fine fosse.

Il canale scavato

Il Bisatto diventa così una sorta di linea Maginot d’acqua, almeno fino a quando la Serenissima all’inizio del Quattrocento conquista il Padovano. La pace acquisita presenta tuttavia, per la gente di Vo’, anche un pesante risvolto: i veneziani attuano in zona (come altrove in Veneto: si pensi al Cansiglio) un massiccio disboscamento per rifornirsi di legnami da impiegare nei cantieri navali dell’Arsenale. In compenso arricchiscono le bellezze naturali del paesaggio con quelle architettoniche delle varie ville Ca’ Paruta, Ca’ Lando, Mariani, Morosini, Sceriman, Contarini-Venier.

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Uno dei tre campi di concentramento creati in Italia: a Vo' Vecchio vennero reclusi gli ebrei destinati ad Auschwitz

La villa dei Contarini, tra le più prestigiose famiglie della Serenissima, è uno dei luoghi-simbolo di Vo’, per il ruolo svolto durante l’occupazione nazifascista nella seconda guerra mondiale. I Contarini ne restano proprietari per secoli, anche dopo la caduta della Repubblica di Venezia, fino al 1846. Poi il complesso passa a un’altra famiglia nobile di origine veneziana, i Venier, e quindi a una casata tra le più insigni della plurisecolare storia di Padova, gli Emo Capodilista. Ma non vi rimane a lungo: frazionata in vari annessi venduti separatamente, viene infine acquistata dal Comune negli anni Cinquanta del Novecento.

A quel punto peraltro è diventata tristemente famosa perché, nella fase conclusiva della seconda guerra mondiale, dopo la caduta di Mussolini e l’occupazione tedesca, dal 3 dicembre 1943 viene trasformata in uno dei tre campi di concentramento nazisti creati in Italia, assieme alla Risiera di San Sabba a Trieste e a Fossoli, vicino a Modena. Poche settimane prima, il 14 novembre del ’43, la cosiddetta Carta di Verona ha sancito che “gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e appartengono a nazionalità nemica”; perciò si decide di internarli nei campi di concentramento delle varie Auschwitz, Dachau, Mauthausen, Treblinka e altri ancora.

All’interno di questa perversa logica, i campi italiani diventano luoghi di parcheggio e di transito: il 24 dicembre 1943, alla vigilia di Natale, 47 ebrei (i loro nomi sono ricordati in una lapide affissa nella villa) vengono deportati per sei mesi a Vo’. Il 17 luglio 1944 li si trasferisce alla Risiera di San Sabba, da cui poi raggiungeranno Auschwitz: torneranno a casa solo tre donne. Una di loro è Sylva Sabbadini, scomparsa poche settimane fa, a luglio. Aveva solo 15 anni quando era stata presa dai nazisti assieme ai genitori e a uno zio in una casa di Terraglione di Vigodarzere, dove la famiglia Bano li teneva nascosti; fu un delatore a tradirli. Nel campo di concentramento tedesco riuscirono a sopravvivere solo lei e la mamma. Ma l’esperienza fu talmente pesante e devastante, che non volle mai raccontarla se non poco prima di morire, lo scorso anno.

Solo nel 2004 peraltro, a distanza di sessant’anni dalla vicenda, era tornata in quella Vo’ che aveva segnato in profondità la sua giovane esistenza. —

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IL PAESE IN SINTESI

La popolazione

Vo’ è un paese di poco più di 3mila anime, sul versante occidentale dei Colli. Ne aveva pochi di meno, 2.500, al momento dell’ingresso del Veneto nel Regno d’Italia; aveva superato i 4mila negli anni Cinquanta. Da lì è iniziata una lenta discesa fino ai livelli odierni. Ha quattro frazioni: Boccon, Cortelà, Vo’ Vecchio e Zovon.

Chiese di pregio

Merita una visita a Cortelà la chiesa di San Nazario, di stile romanico, costruita nel Quattrocento su un preesistente edificio religioso. Sempre di impronta romanica è la chiesa di San Lorenzo, a Vo’ Vecchio, con una serie di rifacimenti successivi che le hanno impresso una fisionomia barocca. Infine, a Zovon c’è la chiesa di San Giuseppe, costruita su una pieve dell’Alto Medioevo.

Villa Sceriman

Da non perdere una visita a villa Sceriman, antico complesso rurale del Cinquecento, opera minore di Andrea Palladio, acquisita nel Settecento dalla famiglia Sceriman, ricchi armatori di origine armena con possedimenti a Venezia. A inizio anni Sessanta del Novecento l’edificio è stato sottoposto a un radicale restauro, e oggi ospita un’azienda vitivinicola.e (VI), Cinto Euganeo, Galzignano Terme, Lozzo Atestino, Rovolon, Teolo

(100, continua)


 

 

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