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Case, campi, ex aziende oltre 60 “vuoti” urbani su cui costruire il futuro di Padova

Il progetto Map4Youth censisce edifici e aree non utilizzate e li mette in rete Arrivano le proposte per il riuso. Con un obiettivo: azzerare il consumo di suolo 

PADOVA. Ci sono aziende dismesse, capannoni vuoti, garage chiusi da anni. Ci sono i vecchi cinema della città. E poi un’ex chiesa sconsacrata, case e palazzine intere disabitate e cadenti. Ci sono campi da basket senza canestri e campi da calcio con erba alta e porte a pezzi, un vecchio parco dei divertimenti, caserme dal passato glorioso e dal destino incerto, una stazione ferroviaria dove i treni non fermano più e tante aree abbandonate.

Sono i vuoti urbani di Padova, pezzi di puzzle mancanti al quadro completo della città che conosciamo. Strappati dal tempo, dalla crisi o da vicende sfortunate, scivolano nell’oblio diventando trasparenti anche a chi ci passa davanti ogni giorno.

Il progetto Map4Youth del master GiScience dell’università di Padova ne ha censito 61, collocandoli in una mappa interattiva, aperta alla consultazione e soprattutto alle proposte. Perché l’obiettivo è immaginare nuovi pezzi in sostituzione dei vuoti. Nuove funzioni, ma senza consumo di suolo.

IL PROGETTO

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Finanziato nella sua prima fase dall’agenzia Erasmus Plus, Map4Youth nasce con l’obiettivo di «favorire la cittadinanza attiva e il dialogo tra giovani cittadini e decisori politici». In poco più di un anno, le organizzazioni partner del progetto - GisHub e Ars4Progress - hanno sviluppato la piattaforma Geocitizen che è stata (e sarà ancora) strumento di raccolta delle segnalazioni e luogo di confronto sulle proposte.

La prima domanda è stata: quanti e quali sono i vuoti urbani? La seconda: cosa possiamo farne? «Possiamo dire di aver concluso la prima fase del lavoro», racconta Massimo De Marchi, direttore del Master di secondo livello in GIS science e Sistemi a Pilotaggio Remoto dell’Università.

«Una prima mappatura è on line, aperta ad altre indicazioni e a proposte di riuso di questi spazi. Ora è a disposizione del Comune che può decidere cosa farne. C’è un dialogo aperto, abbiamo incontrato assessori e dirigenti, a loro spettano le decisioni su cosa fare».

Cosa si è fatto. Come altri progetti nati nel master Gis - per esempio “Piste RiCiclabili”, che ha raccolto le criticità dei percorsi urbani, e Urban Green Belt, che ha mappato il verde cittadino - Map4Youth ha aperto una carta virtuale sulla quale collocare le segnalazioni dei vuoti esistenti. Il risultato si trova su https://map4youth.geocitizen.org/padova ed è uno strumento interattivo con foto e finestre di dibattito. Ad ogni segnalazione corrispondono quattro opzioni: una di informazioni sul luogo, una di discussione, una per presentare una possibile soluzione e una per leggere le altre proposte fatte.



I  vuoti. Il Pp1, nel quadrante della stazione, è il vuoto più noto, un simbolo dello spazio che divide le intenzioni dai fatti. Ma c’è anche il lago di Padova Est, nato dopo l’abbandono dell’area Pt2. Ci sono tanti spazi di verde abbandonato: in via Valeri, in via Aspetti vicino a via Pierobon, in via Palestro a ridosso delle mura, ai confini con il parco Europa e a ridosso del parco Milcovich. Per queste ultime due c’è chi propone l’annessione ai parchi.

Nella mappa si trovano anche vari spazi sportivi non più utilizzati: accanto all’Istituto Agrario, in via Confortini, in via Schuman, l’ex tennis club di via Zago, l’ex bocciodromo di via Bronzetti. Su tutti questi hanno messo gli occhi associazioni sportive che sognano nuovi impianti.

Gli edifici. È lungo l’elenco di case abbandonate: alcune all’asta, altre pericolanti, altre ancora semplicemente chiuse. C’è casa don Gallo di via Tommaseo e ci sono palazzine di tre piani (in via Bezzecca e in via Trieste) o case singole in via Castelfidardo, in via Guizza, in via Zanchi, in via Battisti. C’è l’ex mensa San Francesco, che gli studenti vorrebbero recuperare per mangiare al caldo d’inverno. C’è l’ex rimessaggio camper di via Annibale da Bassano che qualcuno sogna di destinare ad alloggi a canone sociale.



Ci sono gli ex cinema Concordi e Altino e Cristallo, pezzi di storia da recuperare per usi culturali. L’ex Amusement park, che è all’asta, ma nessuno lo vuole. C’è l’ex mensa Marzolo, altro luogo simbolo. E l’hotel Monaco, sotto il Borgomagno, che un’associazione vorrebbe usare per ospitare le donne sottratte alla tratta. E ancora l’ex Configliachi, il vecchio centro per modelli idraulici di Voltabarozzo, la casetta del Giglio e la chiesa sconsacrata di San Lazzaro.



Ex aziende e stazione. L’ex Eurolat in corso Australia e l’ex macelleria Ferraresi di via Boccaccio offrono scorci altamente simbolici di declino industriale. Ma dal censimento spuntano anche l’ex Dialcos di via Vittorio Veneto, 7.425 metri quadri di abbandono; l’ex mobilificio di via Maroncelli, che qualcuno immagina come centro anziani; l’ex torrefazione Vescovi di via Vicenza; l’ex Famila di corso Tredici Giugno; l’ex Cartiera Roncajette, che potrebbe diventare un centro culturale. E c’è anche l’ex stazione ferroviaria Campo di Marte, dismessa dieci anni fa: poteva diventare una stazione urbana e non è successo. Ma può diventare un sacco di altre cose.

 

LE EX CASERME

La prima della lista è l’ex caserma Prandina, già centro di prima accoglienza per i richiedenti asilo, attualmente usata - in parte - come parcheggio. Il suo futuro è stato discusso con il processo Agenda 21, ma l’uso che si farà di quello spazio e delle strutture è tutt’altro che chiaro e il confronto è aperto e vivace. Da Map4Youth arriva, per ora, solo la proposta di ricavare al suo interno un’area verde dove coltivare un rapporto con gli animali, a scopo educativo e terapeutico.



Tra i 61 vuoti urbani censiti dal progetto ci sono anche l’ex caserma Romagnoli di via Chiesanuova e l’ex Cimarrusti. Per la prima, che si estende per 150 mila metri quadrati, si riconosce l’esigenza di un piano di riqualificazione e si ribadisce l’indicazione di metterla a disposizione del quartiere, anche attraverso il collegamento con il vicino parco Raciti che darebbe continuità al verde urbano. Ma la sorte della struttura è tutt’altro che definito, come dimostrano le varie ipotesi discusse a Palazzo Moroni negli ultimi anni.

Di recupero e riuso non si è mai parlato invece per la caserma Cimarrusti di via Brigata Padova. Chiusa dal 2013, quando se n’è andata la Legione Carabinieri del Veneto, è diventata covo di senzatetto e sbandati che ci vanno a dormire.

Tra loro c’era anche Idi Oussama, il tunisino di 27 anni, che era stato trovato morto nel 2016 in quello che un tempo era l’ufficio del generale. Nell’elenco non c’è invece la Piave perché già indirizzata verso nuova vita: acquisita dall’università, è già al centro di un ambizioso piano di recupero, affidato di recente allo studio dell’archistar David Chipperfield.
 

L'INTERVISTA



Non c’è limite tecnologico al coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali. Il rischio, semmai, è che progetti virtuosi come Map4Youth si esauriscano per mancanza di risposte. Daniele Codato, geografo, assegnista di ricerca (fino a settembre) e collaboratore del Master GiScience ha coordinato la costruzione della piattaforma Geocitizen e si dice soddisfatto del risultato. «Ma non siamo al traguardo», ammonisce. «Tutto questo lavoro non avrebbe senso se non trovassimo nell’amministrazione comunale un interlocutore disposto ad ascoltarci».

La partecipazione. Sessantuno segnalazioni, venticinque proposte di “soluzione” per dare un futuro ai vuoti urbani. La risposta al progetto Map4Youth è stata quella che ci si aspettava. «La piattaforma è molto facile da usare», spiega Codato, «e noi per sicurezza siamo andati in giro a spiegarne l’uso. La cittadinanza attiva trova la sua massima espressione in questa condivisione di conoscenze. Ma ci sono margini per andare avanti. Padova è ricca di associazioni, di comitati e ci sono i quartieri da coinvolgere. Ma ora è importante che ci sia una risposta del Comune. La percezione di fare qualcosa di utile stimola i processi partecipativi. In caso contrario alla lunga si ha la sensazione di fare un lavoro inutile e tutto si esaurisce».

Case per le associazioni. Codato, nel tirare le fila del primo anno di lavoro, ha avuto la percezione che ci sia fame di spazi. «Padova ha già cementificato tantissimo, ora è il momento di riutilizzare le strutture esistenti. Tante associazioni chiedono una sede, saremo presto capitale del volontariato, credo che tanti edifici possano essere riconvertiti con queste funzioni», dice.

Verde in espansione. Ma sarà più facile, con ogni probabilità, che siano gli spazi incolti e non edificati a trovare più rapidamente una nuova destinazione. «Il parco Europa e il parco Milcovich potrebbe inglobare le aree vuote che hanno nelle adiacenze», aggiunge Codato. «Ne abbiamo parlato con gli assessori Lorenzoni e Gallani in un incontro che abbiamo avuto l’altra sera in piazzetta Gasparotto. Abbiamo parlato anche con i tecnici del settore urbanistica. C’è disponibilità, attenzione. Credo che arriveranno i risultati».