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Autonomia, Di Maio: «Su scuola, ferrovie e autostrade resta lo stop alle Regioni»

Ennesimo slittamento del via libera, nuovo vertice giovedì dal premier Conte. Salvini: parla di “grandi passi avanti”. Il duello Bussetti-Giuliano

Albino Salmaso
2 minuti di lettura



La riforma dell’autonomia? Chi spera nel federalismo stia sereno: prima o poi si farà. Ma ci sono 3 materie non negoziabili: scuola, autostrade e reti ferroviarie non possono essere trasferite a Veneto e Lombardia mentre l’Emilia Romagna non le ha mai chieste. Questione di sovranità nazionale. Il ministro Bussetti rischia di perdere il primo round perché il personale della scuola resterà saldamente in capo al Miur: il modello Trento e Bolzano non si può applicare alle 15 regioni a statuto ordinario. La Corte costituzionale ha già bocciato nel 2013 una legge proposta dalla Lombardia di Maroni. Non si passa, anche il Quirinale ha messo il veto.

Il “no” del M5s rimane intatto e per non affossare il clima positivo, il premier Conte ieri ha deciso di rinviare a giovedì la soluzione dei nodi più intricati. Si torna a Palazzo Chigi per il terzo round alle 8,30 e alle 11.30 è convocato il consiglio dei ministri: che sia la volta buona per licenziare il dossier e convocare a Roma i governatori Zaia, Fontana e Bonaccini per la firma delle intese?

«Spero proprio di sì ma non ho la sfera di cristallo, il vertice sull’autonomia ieri è andato bene» dice Matteo Salvini in piazza del Popolo a Roma mentre saluta con larghi sorrisi Luigi Di Maio che ribatte: «I passi in avanti sono oggettivi, ma c’è ancora molto da fare. Ci sono alcune cose non praticabili, come la regionalizzazione delle ferrovie e delle autostrade. E sull’istruzione io non credo che in questo momento i docenti, già in grandi difficoltà, vengano aiutati con i concorsi riservati a livello regionale».

E i passi in avanti, allora? Il veto ideologico dei grillini con lo scontro Nord-Sud si è dissolto per lasciare il posto all’analisi delle tre bozze materia su materia, con il ministro Erika Stefani in cabina di regia, vera artefice della fase 2 del federalismo. La mina vagante che rischiava di far saltare il governo gialloverde è stata disinnescata dal premier Conte. Nella seconda sessione d’esame, ieri a Palazzo Chigi, Lega e M5S hanno ribadito la volontà di chiudere in fretta e nel giro di tre ore il dossier è stato esaminato con risultati importanti.

Il ministro Alberto Bonisoli ha spalancato le porte al trasferimento di competenze in materia di cultura: tutto il capitolo delle autorizzazioni sui vincoli paesaggistici passerà alle regioni per velocizzare le concessioni edilizie. L’obiettivo finale è il passaggio delle competenze delle Sovrintendenze alle regioni, fatta eccezione per i monumenti e i musei d’interesse nazionale che restano sotto la tutela del Mibac. Il M5s ha fatto un passo avanti anche sulla legislazione dell’ambiente, mentre ha alzato il muro sulla scuola.

Il braccio di ferro tra il ministro Bonisoli e il suo sottosegretario Giuliano si è risolto con il “no” al passaggio dei 70mila dipendenti della scuola al Veneto. Il premier Conte ha fatto leggere l’articolo 12 della bozza Stefani sull’assunzione diretta dei docenti che prevede i concorsi regionali per coprire i buchi negli organici legati al turn over. E spalanca le porte al passaggio volontario dei presidi dal Miur a palazzo Balbi. Una rivoluzione bocciata dal M5S: «Mai daremo via libera al progetto d’ istituire scuole di sere A, B e persino C» ha ribadito Di Maio domenica a Padova all’assemblea veneta dei grillini.

E ieri il sottosegretario Salvatore Giuliano, preside a Brindisi, ha messo in ginocchio il suo ministro quando ha letto la sentenza 76-2013 della Consulta che ha definito «incostituzionale» la legge regionale lombarda 19/2007 che prevedeva l’assunzione diretta dei docenti. Nelle mani del Miur restano anche tutte le norme generali sui cicli, piani di studio, valutazioni di sistema, alternanza scuola-lavoro, formazione degli insegnanti, contenuto dei programmi, norme sulla parità scolastica e organizzazione dell’offerta formativa. Insomma, non si passa: la scuola è il Dna della cultura italiana. —



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