Rapiscono il figlio a Padova per troncare il legame gay

Papà, mamma e amico di famiglia rischiano il processo per sequestro di persona. Spedizione punitiva e il ragazzo trasferito a forza in Bulgaria



La colpa di quei due ragazzi studenti all’università? Amarsi, come Romeo e Giulietta. E voler vivere la loro storia in piena libertà. Niente da fare, perché in questa storia Giulietta ha lo stesso sesso di Romeo. E l’amore gay, ancora oggi, non solo è un tabù, ma talvolta addirittura una “brutta faccenda” da negare con violenza. Da stroncare e combattere. Così una coppia di genitori, supportati da un amico, hanno messo a segno un blitz per rapire il figlio D. e trasferirlo a forza da Padova, la città dove studiava e amava, a una località in Bulgaria sul mar Nero in casa di parenti. Con tre obiettivi: allontanarlo dal fidanzato N. con il quale condivideva l’appartamento insieme ad altri due studenti; lavare l’onta che aveva macchiato la famiglia; tentare di “rieducarlo”. Chissà se in questo modo qualche risultato è stato ottenuto.


Omofobia familiare. Ora la coppia di genitori di origine bulgara, ma residente nel Veronese, e l’amico che li ha aiutati rischiano il processo. Il pubblico ministero padovano Sergio Dini ha chiuso l’inchiesta e si prepara a sollecitare il giudizio nei confronti della madre e del padre della vittima, entrambi 44enni, con casa a San Giovanni Lupatoto, e dell’amico di origine serba, 41enne che vive e lavora a Lonigo. Gravissime le accuse: sequestro di persona aggravata, violenza privata e lesioni personali, sempre aggravate e continuate. Purtroppo di quel figlio che voleva soltanto amare in piena libertà, com’è nel suo diritto, non si hanno più notizie.

Il blitz. Peccato che la macchina della giustizia sia a volte tanto, troppo, lenta: quella spedizione punitiva è avvenuta quattro anni fa, il 16 maggio 2015. I due ragazzi si erano conosciuti per caso nei mesi precedenti. Tutti e due studenti nell’ateneo padovano, si erano trasferiti a vivere in città per seguire le lezioni e non perdere troppo tempo.

Amore a prima vita. È solo una coincidenza il loro incontro nell’appartamento dove trovano alloggiano insieme ad altri due universitari. Subito si trovano simpatici. Si piacciono. E scoprono anche di amarsi, vivendo quel legame affettivo omosessuale con gioia. All’inizio la famiglia del ragazzo bulgaro non vede o finge di non accorgersi. Poi, incapace di accettare la situazione, decide di intervenire. A modo suo. Quel 16 maggio i genitori di si presentano nell’appartamento a Padova scortati dall’amico. Il figlio apre la porta di casa ignaro della trappola. Il terzetto piomba nell’abitazione dove i due compagni si trovano da soli. L’aggressione è repentina e feroce. N. viene costretto a restare fermo in un angolo per evitare che possa scappare e chiedere aiuto. Anzi, quando tenta di intervenire a favore di D., è minacciato di morte e colpito in pieno volto da un pugno che gli provoca lesioni guaribili in sei giorni. Nel frattempo D. è immobilizzato, trascinato giù dalle scale della palazzina e caricato a bordo di un’auto che sguscia via a tutta velocità. Una storia di pura violenza che reclama giustizia.
 

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