Due poli, un solo ospedale: l’alto impatto tecnologico è la vera sfida per Padova

Federico Rea, direttore della clinica di Chirurgia toracica: «La medicina cambia e ha bisogno di équipe multidisciplinari perché la differenza la fanno gli uomini»

PADOVA. «Oggi la medicina come tutte le altre scienze va nella direzione dei big data, l’analisi dei grandi numeri, perciò servono centri a elevato volume di attività, non lo spezzatino delle strutture sanitarie»: parte da qui la riflessione del professor Federico Rea, direttore della Clinica di Chirurgia toracica dell’Azienda ospedaliera Università di Padova, sull’ospedale del futuro. È il tema che il professore affronterà al Festival della Salute Globale con il cardiochirurgo Gino Gerosa domenica 7 aprile alle 10.30 in Sala Paladin di Palazzo Moroni.
 

La visione moderna


«Il nuovo ospedale di Padova viene immaginato come un unicum su due poli» sottolinea Rea riferendosi al progetto che proprio l’Università di Padova ha redatto e fornito alla Regione Veneto per dare forma al Nuovo Polo della Salute della città del Santo.

«Si sono considerate le strutture per dare una risposta logistica a una situazione obiettivamente inadeguata. Nell’area di via Giustniani vengono effettuati molti lavori e gli investimenti non mancano per stare al passo, ma è evidente che non basta. nel nuovo progetto si è considerato l’alto grado tecnologico che deve caratterizzare il nuovo ospedale e si è parlato di viabilità. È un progetto complessivo ed è una necessità ineludibile non per la medicina della città e dell’Università di Padova, ma per la Regione Veneto e il riferimento a livello nazionale che deve rappresentare».



Un polo su due sedi

L’ospedale del futuro deve adeguarsi a un modo moderno di fare medicina. «La dislocazione sulle due sedi, nell’attuale area del Giustinianeo e a Padova Est, è stata pensata per avere una costruzione dove portare una serie di tecnologie che richiedono strutture con particolari standard che qui non ci sono» conferma Rea, «ma resta intimamente connessa l’altra area, così come dovrà essere compreso l’Istituto oncologico, anche questo oggi minacciato da uno spezzettamento: il requisito di base è che sia un ospedale unico. Pensiamo» riflette il professore, «che quando nel 1960 è stata realizzata questa Azienda, c’erano monoblocco e policlinico. Anche allora due sedi di un unico ospedale. Erano fisicamente più vicine, ma oggi la mobilità offre connessioni veloci e sicure. Ci sono numerosi esempi nel mondo di people mover e veicoli su monorotaia senza conducente. Si crea un circuito chiuso dove far circolare persone e cose in piena sicurezza. Non inventiamo nulla di nuovo».

L’uomo e la tecnologia

L’obiettivo è la creazione di un ospedale ad alto impatto tecnologico dove tuttavia a fare la differenza saranno sempre e comunque i professionisti: «La tecnologia consente l’accumulo di dati, quindi favorisce la ricerca, peculiare di un ospedale universitario, ma anche la didattica e la formazione continua» rileva il professore.

«La medicina è cambiata: tutto quello che un tempo si faceva con grandi tagli in chirurgia oggi si fa in laparoscopica, toracoscopica e robotica. Le sale operatorie oggi sono ibride, consentono di eseguire sul paziente contemporaneamente chirurgia, endoscopia, radioterapia e diagnostica nel corso dell’intervento. Servono équipe multidisciplinari, ecco» ribadisce Rea, «che non si possono disperdere i medici, bensì creare comunità di specialisti, altrimenti costruiamo cattedrali nel deserto». Ospedale del futuro, quindi, come risposta complessiva e organica alla questione logistica ma anche alle esigenze della medicina e dei medici di domani.

Ospedale e territorio

Non esistono ospedali di serie a e di serie b, non esistono malattie più importanti di altre: «La differenza sta nella complessità della patologia, nel carico di professionalità e assistenza che richiede. Ma ciascun paziente, per qualsiasi sia la patologia di cui soffre, deve avere la risposta più adeguata.

Questo però» sottolinea il professore, «lo si può assicurare concentrando l’alta specializzazione in un grande centro e potenziando le strutture periferiche, in stretta connessione con i servizi territoriali. Fare tutto dappertutto significa fare tutto mediamente male e con costi che oggi non sono sostenibili. Questo è il faro che deve illuminare la programmazione della sanità».

Attrazione

Un grande polo della sanità di eccellenza è condizione per attrarre specialisti, oggi oggetto di campagne acquisti da altri Paesi: «È un treno» chiude Rea, «che non solo Padova ma la Regione Veneto non può permettersi di perdere». —
 

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi