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Anguillara: «Giudici, vi racconto come ho visto morire il mio bambino all’ospedale di Rovigo»

IL PROCESSO. Hanno raccontato lo strazio più grande che possa capitare a un genitore: vedere il proprio figlio morire. Ma, ancora peggio, morire soffrendo in un letto d’ospedale avendo la sensazione...

IL PROCESSO

Hanno raccontato lo strazio più grande che possa capitare a un genitore: vedere il proprio figlio morire. Ma, ancora peggio, morire soffrendo in un letto d’ospedale avendo la sensazione che non sia adeguatamente curato. Tanto che allo strazio si aggiunge il rimorso per quanto poteva probabilmente essere fatto e non è stato compiuto. Forse (è questa l’ipotesi che regge il giudizio in corso) per una sottovalutazione del caso.

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IL PROCESSO

Hanno raccontato lo strazio più grande che possa capitare a un genitore: vedere il proprio figlio morire. Ma, ancora peggio, morire soffrendo in un letto d’ospedale avendo la sensazione che non sia adeguatamente curato. Tanto che allo strazio si aggiunge il rimorso per quanto poteva probabilmente essere fatto e non è stato compiuto. Forse (è questa l’ipotesi che regge il giudizio in corso) per una sottovalutazione del caso.



È entrato nel vivo, ieri mattina, il processo per la morte del piccolo Giovanni Morello, 6 anni, di Anguillara Veneta, spentosi il 13 gennaio 2016 in ospedale a Rovigo, poco prima di una operazione d’urgenza. Nel processo figura anche l’Usl 5 Polesana, chiamata in causa come responsabile civile dall’avvocato Cristiano Violato, che segue come parte civile la famiglia del piccolo.

A processo, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo, si trova V.R., 43 anni, il medico che, in quel periodo, a quanto ricostruito dall’accusa, fungeva da responsabile del reparto di Pediatria.

RICOVERATO DUE GIORNI PRIMA

Il bimbo era stato ricoverato l’11 gennaio con problemi gastrointestinali, due giorni dopo le condizioni erano improvvisamente precipitate. Secondo i consulenti incaricati dalla Procura, a provocare la tragedia sarebbe stato uno shock, derivante dallo “strangolamento dell’ansa ileale con occlusione intestinale e perforazione della parete intestinale”. Da parte della difesa, affidata all’avvocato Giuseppe Sarti di Venezia, c’è invece la fiducia di fare emergere, l’estraneità dell’imputato alle accuse. L’udienza è stata quindi aggiornata al prossimo luglio, per cominciare a sentire i primi testimoni.

«AVEVA TANTO MALE»

Lunedì mattina l’udienza è stata in buona parte dedicata alla deposizione della mamma del piccolo, che ha ripercorso gli ultimi giorni di vita del bimbo. Ha parlato delle condizioni del figlioletto, nell’ultimo periodo di ricovero, parlando di un piccolo che stava sempre a letto, vomitava spesso, continuava ad avere mal di pancia. «Si lamentava e lo diceva ai medici», ha assicurato la madre, rispondendo alle domande del pubblico ministero Claudia Favaretti. «Lei ha visto qualche medico che visitasse la pancia al bimbo premendogli la pancia, auscultandola, sentendola con lo stetoscopio? » ha domandato il pubblico ministero. «La domenica mattina no» ha detto la madre «ma il sabato sì». La madre ha tracciato il quadro di un bimbo che da circa tre giorni non andava di corpo e che a suo avviso si stava indebolendo. Ha detto che al personale infermieristico avrebbe chiesto di vedere un medico, ma che le sarebbe stato detto di non preoccuparsi, dal momento che il medico era costantemente al corrente della situazione.

NON SI REGGEVA PIÙ IN PIEDI

«Dal sabato al lunedì le condizioni erano peggiorate o no? », ha chiesto il pubblico ministero. «Erano peggiorate». La mattina della tragedia, secondo il suo racconto, la mamma venne chiamata perché il bimbo, al mattino presto, si lamentava dal dolore. «L’ho trovato freddo, sudato, si lamentava perché stava male», ha proseguito la donna. È l’ultimo giorno di vita del piccolo, che viene sottoposto ad alcuni esami diagnostici, come i raggi. «Li ha fatti da steso» ha detto ancora la donna «Perché non riusciva più a stare in piedi». Poi, l’accompagnamento a un ulteriore esame. «Ma è svenuto e non l’ho più visto», ha proseguito la madre, cedendo per la prima volta a un singhiozzo.

«PAPÀ SEI CATTIVO CON ME»

È stato quindi ascoltato il padre del ragazzo, che pure ha ricordato come alle richieste di vedere un medico le infermiere sarebbe stato risposto che era appunto il personale infermieristico a fare da tramite. «Mi diceva “papà sei cattivo con me”, perché non gli davo da bere, ma le infermiere si erano raccomandate, su consiglio del dottore, di non dargli da bere. Non sapendo più come gestirlo, ho chiesto a mia moglie di venire». Anche il padre ha parlato di un progressivo peggioramento delle condizioni del bimbo negli ultimi quattro giorni, ricordando come alla fine non si alzasse più dal letto. «Dopo quello che è successo ci hanno caricati di Valium e portati a casa, a oggi non ci hanno detto con esattezza cosa sia accaduto». Sentita anche la nonna, mentre il nonno – scoppiato in singhiozzi– non è riuscito a spiaccicare parola. —