Da Padova a Genova e ritorno: corsa contro il tempo per prelevare il fegato di una vittima del crollo

Trapianto eseguito in Azienda ospedaliera dall'equipe del professor Umberto Cillo

PADOVA. Oltre 13 ore di viaggio per assicurare un fegato nuovo a un paziente in attesa di trapianto nell’ospedale di Padova. Il donatore è una vittima del crollo del Ponte Morandi a Genova. Un giovane deceduto a seguito delle ferite riportate.

Una tragedia senza fine quella dei parenti delle vittime del ponte che congiungeva il Levante e il Ponente della città, il suo porto alle grandi arterie viarie del Paese e per la Francia. Una morte precoce che, anche grazie al coraggio dei congiunti, ha dato speranza a un’altra persona.

È questo che muove i volontari e i dipendenti della Croce Verde padovana, pronti, anche nel pieno della notte di un caldo giorno agostano, a lasciare tutto e partire alla volta di un’altra città, caricando un’equipe medica chirurgica di grande esperienza, pronta per l’operazione di espianto e ripartendo subito dopo per casa, con i minuti contati.

È la storia quasi quotidiana degli operatori di soccorso proiettati, in questo caso, nel cuore di una tragedia nazionale.

«Era quasi mezzanotte quando ho ricevuto la chiamata», ricorda uno dei due autisti del mezzo per i trapianti che ha fatto Padova-Genova e ritorno in poche ore, nella notte tra il 18 e il 19 agosto scorso.

«Alla tivù passavano ancora una volta le immagini dell’immane tragedia del Ponte Morandi. Conosciamo il nostro mestiere e non c’è stato bisogno di grandi spiegazioni, si doveva partire entro mezzora, dal pronto soccorso centrale dell’Azienda ospedaliera alla volta di Genova. In fretta».

Inizia così il racconto degli operatori che alla guida dei mezzi della Croce Verde fanno la spola fra i principali ospedali del centro nord Italia e quello di Padova con una frequenza che supera complessivamente quella di un intervento ogni 8 ore circa, portando equipe chirurgiche e organi pronti per il trapianto, deperibili in poche ore.

«Non c’è stato tempo da perdere. I chirurghi li conosciamo bene, si tratta solo di salire sul mezzo e partire velocemente, con l’attrezzatura pronta», continua l’operatore della Croce Verde padovana che preferisce rimanere anonimo.

«Siamo partiti a sirene spiegate osservando la strada, valutando il traffico nel nostro senso di marcia e in quello opposto e ragionando di quali potessero essere i rischi e i carichi di traffico del ritorno, che è cruciale per l’esito della missione. È una cosa che faccio spesso ma questa volta l’emozione era più forte. Si andava nel cuore di una tragedia nazionale, con una missione di speranza per un malato che rischiava a sua volta la vita».

Partito intorno a mezzanotte e mezza, il veicolo, con i due autisti e l’equipe medica, arriva sul posto intorno alle 4 del mattino. I chirurghi pronti per la delicata operazione di espianto sulla vittima del crollo del ponte Morandi.

«Non è facile riposare dopo un viaggio così ma è d’obbligo per noi scaricare la tensione, chiudere un po’ gli occhi e prepararci per il ritorno», ricorda l’operatore. «Abbiamo tutti i mezzi a disposizione per capire come dovrebbe essere il traffico e in caso di emergenza possiamo chiedere la scorta della polizia stradale, ma un imprevisto può sempre capitare.

Se l’autostrada è bloccata possiamo dire addio alla speranza per un malato gravissimo sprecando un gesto di grande coraggio e generosità. A Genova abbiamo sentito la tensione della tragedia, lo choc era palpabile ma pure il coraggio e la professionalità di chi lavora nella sanità e nei soccorsi. Abbiamo cercato di riposare su un paio di barelle in attesa di ripartire.

«Alle 10 del mattino l’operazione di espianto era terminata e siamo ripartiti, con il fegato sotto ghiaccio che doveva arrivare a Padova il prima possibile». Il mezzo della Croce Verde è arrivato in Azienda ospedaliera intorno alle 13.30, in tempo per salvare una vita. —
 

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