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In servizio fino a venti ore di fila con la paga ridotta a un terzo

i numerialbignasegoUna retribuzione fissa giornaliera al di sotto dei minimi tabellari previsti dai contratti collettivi di lavoro. Ma anche una sproporzione evidente fra le ore lavorate e la paga...

i numeri

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Una retribuzione fissa giornaliera al di sotto dei minimi tabellari previsti dai contratti collettivi di lavoro. Ma anche una sproporzione evidente fra le ore lavorate e la paga oraria. Ecco gli indici di sfruttamento a conferma «dello stato di totale soggezione» dei braccianti, come erano stati definiti nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei vertici della Tresoldi firmata dal gup Domenica Gambardella e chiesta dal pubblico ministero Benedetto Roberti.

E allora ...

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Una retribuzione fissa giornaliera al di sotto dei minimi tabellari previsti dai contratti collettivi di lavoro. Ma anche una sproporzione evidente fra le ore lavorate e la paga oraria. Ecco gli indici di sfruttamento a conferma «dello stato di totale soggezione» dei braccianti, come erano stati definiti nell’ordinanza di custodia cautelare a carico dei vertici della Tresoldi firmata dal gup Domenica Gambardella e chiesta dal pubblico ministero Benedetto Roberti.

E allora vediamoli questi indicatori. Lo stipendio dei singoli era di circa 1.100 euro al mese: 40 euro al giorno per almeno 12 ore di lavoro. Paga oraria di 3,33 euro contro i 9,25 euro stabiliti dai contratti di categoria e dalle tabelle retributive in vigore nel Padovano. I soldi erano versati ai lavoratori in regola tramite spider card, ovvero carte prepagate, «in modo che i regolari potessero dare parte delle somme ricevute ai prestatori d’opera clandestini». Senza lasciare traccia.

«Sfruttamento conclamato»: è una delle definizioni che risultano dai documenti d’indagine e dell’Ispettorato del lavoro. «Violato è il limite massimo dell’orario fissato dalle legge in 40 ore settimanali e 8 giornaliere. Limite che non può eccedere le 48 ore comprensive degli straordinari» si legge ancora. Alla Tresoldi va diversamente. Hasan T., clandestino bengalese, confessa di aver lavorato 20 ore consecutive: dalle 16.30 di un giorno alle 12.30 del giorno successivo. E «in inverno lavoravo dalle 8 alle 20 con mezz’ora di pausa per il pranzo». Sempre lui ammette di aver guidato il trattore «anche se non avevo la patente».

Qualche break era un lusso. C’è chi godeva della pausa di un’ora, poi ridotta a 30 minuti per compensare l’uscita anticipata alle 19.20. Il motivo? L’ennesimo controllo dell’Ispettorato. In più Walter Tresoldi si era accorto che i braccianti venivano filmati. E, allora, immediata scatta la riduzione dell’orario giornaliero a 6, massimo 7 ore: «A quel punto non abbiamo più potuto fare la pausa pranzo mentre alle donne marocchine era concessa» aveva spiegato un bengalese di 46 anni.

Si lavora e basta, come Taleb B., 28enne bengalese, arrivato in Italia via mare dalla Libia nel maggio 2011. Interrogato nel gennaio e febbraio 2017, conferma: «Nel settembre 2014 ho iniziato a lavorare per Tresoldi. Da quel momento non sono mai tornato in Bangladesh. Né ho mai fatto ferie dal 2014 a oggi». Tre anni senza una vacanza.

I braccianti alla Tresoldi lavorano tanto. E riposano quel che basta per stare in piedi in uno degli alloggi offerti dal padrone: un garage e uno scantinato a Maserà in via don Sturzo 17 per i bengalesi e un appartamento ad Albignasego in via Zara 2 per le donne. Costo, 100 euro al mese trattenuti direttamente dalla paga.