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La chiesa di due santi tra Padova e Vicenza Niente resta della rocca distrutta da Ezzelino

Il territorio venne colonizzato già in epoca romana Posto sul confine fu teatro di aspre contese comunali

francesco jori

La “par condicio” non è invenzione moderna, ma antica regola di vita dettata da ancestrale saggezza popolare. Ne è un esempio Grantorto, dove la regola nasce spontanea da una filosofia spicciola basata sul principio del “primo non prenderle”. Trovandosi sullo scottante lembo di confine tra due territori come Padova e Vicenza che si guardano in cagnesco, oltretutto in un’epoca come l’Alto Medioevo dove di solito le contese finiscono con una guerra, e dove i due rissosi vicini se ...

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francesco jori

La “par condicio” non è invenzione moderna, ma antica regola di vita dettata da ancestrale saggezza popolare. Ne è un esempio Grantorto, dove la regola nasce spontanea da una filosofia spicciola basata sul principio del “primo non prenderle”. Trovandosi sullo scottante lembo di confine tra due territori come Padova e Vicenza che si guardano in cagnesco, oltretutto in un’epoca come l’Alto Medioevo dove di solito le contese finiscono con una guerra, e dove i due rissosi vicini se le stanno suonando di santa ragione, nel procedere alla scelta pressoché obbligata di un santo protettore, i prudenti abitanti del paese optano per una vera e propria “par condicio” dello spirito, procedendo a investire dell’incarico non uno ma ben due sponsor celesti: San Daniele, protettore della chiesa patavina, e San Biagio, gettonatissimo da quella berica. Ci pensino loro, si saranno detti, a tenerci lontani dai guai. E i due santi ci hanno pensato al punto che tuttora la chiesa parrocchiale del paese è intitolata ad entrambi.

Certo, l’insediamento umano da queste parti è molto più antico, e risale quanto meno ai romani, come indicano le tracce della lottizzazione del territorio mediante la centuriazione, attuata anche qui come in gran parte dell’Alta Padovana, e una serie di reperti archeologici, tra cui un “cippo gromatico” (pietra utilizzata dai progenitori dei moderni geometri per tracciare le misure sul terreno), rinvenuto casualmente nel giugno 1964 da tre ragazzi (Giuseppe Mezzalira, Gianfranco Paiusco e Oddone Spigarolo) nel letto del Brenta, e che rappresenta un esemplare unico in tutta l’area centuriata padovana. A parlare dell’epoca romana stanno anche i resti di un’articolata rete stradale, tra cui la cosiddetta via dell’Arzer che partendo dall’odierno quartiere padovano di Montà saliva verso nord, passando anche per Grantorto e seguendo presumibilmente, visto il suo nome, l’argine del Brenta.

Il tracollo romano e la sequenza delle invasioni barbariche lasciano pesanti segni nel territorio, soprattutto a seguito del progressivo degrado delle opere di arginatura dei corsi d’acqua, dell’interruzione delle bonifiche e della mancata manutenzione della rete viaria. La zona è di passaggio, e quasi tutti i popoli stranieri in arrivo dal Nordest vi lasciano traccia, a cominciare dai longobardi insediatisi per qualche tempo in Val di Fara. Le popolazioni locali avvertono il bisogno di tutelarsi in qualche modo: una delle risposte è un castello, di cui oggi si è persa ogni traccia, eretto nella località di Canfriolo, e dove presumibilmente gli abitanti del villaggio trovano rifugio quando dalle loro parti si affaccia un qualche esercito, comunque nemico. Una protezione solida arriva quando il territorio viene preso sotto controllo dall’emergente Comune autonomo di Padova: il centro abitato passa sotto la giurisdizione del podestà di Cittadella, mentre sul posto la famiglia più influente è quella dei Negri, che manterrà a lungo la leadership, anche in epoca veneziana. La musica cambia, e in peggio, quando su Padova prende il sopravvento Ezzelino, che sceglie tra l’altro Cittadella come propria base logistica per le azioni nel Veneto centrale. Da lì procede a una serie di scorrerie, in una delle quali ha modo di occuparsi di Grantorto, provvedendo tra l’altro a smantellare il castello di Canfriolo.

Alla sua morte, il paese passa sotto il controllo prima dei Carraresi poi dei Veneziani, che dispongono una serie di significativi interventi per le bonifiche volte al recupero di terreni a usi agricoli, e per la sistemazione idraulica dei corsi d’acqua, in modo da poterli usare per l’irrigazione, per il trasporto di merci a partire dal legname ricavato dalle molte foreste dell’epoca, e per azionare magli, segherie e mulini. Tra questi ultimi, da segnalare un esemplare con ruote in legno e ferro di quasi cinque metri di diametro, in grado di erogare una notevole potenza. La Serenissima non lascia tracce evidenti nella zona; l’unica degna di nota è villa Canfriolo, del Seicento. E neppure la storia ha lasciato qui particolari impronte: in sordina, il Comune ha attraversato l’avvicendarsi di francesi e austriaci, per poi approdare assieme al Veneto nel Regno d’Italia. Né Grantorto può presentare personaggi che abbiano acquisito una certa notorietà, se non uno: Giovanni Maria Zecchinelli, nato nel 1776, laureatosi in Medicina a Padova e poi protagonista di una carriera scientifica che lo porta tra l’altro a diventare presidente dell’Accademia Galileiana di Scienze, Lettere e Arti, e che lo vede pubblicare diversi scritti sulla febbre gialla, sull’angina pectoris, sulle morti improvvise; viene anche nominato Ispettore alle Terme, chiamato a occuparsi di quelle all’epoca funzionanti in Val Calaona, in territorio di Baone, sui Colli Euganei. —

(41, continua)