Assunzione negata solo perché è straniero

Bacheche di un Centro per l'impiego

Il caso in un'azienda della provincia di Padova, denunciato da un consulente del lavoro: "L'hanno scartato per il cognome" 

PADOVA. «Da professionista sono stanco di assistere a episodi xenofobi per cui una persona viene scartata dopo un ottimo colloquio solo per il cognome che porta». A raccontare la vicenda di un giovane cittadino italiano figlio di immigrati che dopo un colloquio con un imprenditore si è visto negare il lavoro, con una mail, per via del suo cognome, è Maurizio Boccuto, affermato consulente per le risorse umane.

Com’è andata?


«Nei giorni scorsi, sono stato contattato da una piccola azienda del Padovano, che, trovandosi nell’esigenza di ampliare il proprio organico, si è rivolta anche al sottoscritto, per essere coadiuvata nella propria attività di ricerca di personale».

Che genere di figura cercava l’azienda?

«Si trattava di un “commerciale Estero”, per la cui posizione ho inviato una “scheda Profilo” in cui i dati sostanziali erano tutti visibili, compresi nome e cognome».

E l’azienda ha scelto di fissare un colloquio con il suo cliente?

«Sì ed è andato anche piuttosto bene. Il presidente della società ha conversato per oltre 45 minuti con il ragazzo. Un colloquio sereno e naturale estremamente positivo tanto da farmi sperare in un’assunzione».

Poi cos’è successo?

«Il tempo passava senza alcun riscontro. Era evidente che qualcosa doveva essere andato storto ma essendo le cose andato tanto bene in fase di colloquio ero curioso di capire quale fosse la motivazione di un eventuale rifiuto della candidatura. Ho inoltrato una e-mail al presidente, chiedendogli espressamente una sua valutazione sul candidato».

E lui cos’ha risposto?

«Ricordo il testo a memoria. Dopo i consueti saluti il presidente della società mi ha scritto: “la persona che lei ha portato in azienda mi è piaciuta e forse potrebbe anche essere valido. Come Le avevo accennato abbiamo avuto in azienda un consulente esterno a cui abbiamo sottoposto anche questa situazione, secondo le sue valutazioni potrebbe essere difficile nel nostro settore inserire sul mercato un ragazzo che ovviamente si percepisce non essere italiano, e con un nome difficile anche solamente da pronunciare. Potremmo considerarle delle banalità, ma non possiamo non dare credito alle sue osservazioni. Mi dispiace, ma al momento dobbiamo soprassedere, sono sicuro che lei, in breve tempo, ci sottoporrà elementi che faranno al caso nostro”. Una serie di affermazioni assurde, gravi e xenofobe ma pure naif e del tutto inaccettabili».

È la prima volta che le capita di assistere a fenomeni di questo genere? Secondo lei è più facile trovare questo tipo di atteggiamento nelle aziende più piccole?

«Anche in aziende ben strutturate e operanti su scenari internazionali, ho potuto osservare fenomeni simili, solo che, in quei casi, non si tirano in mezzo abietti pseudoconsulenti, ma in maniera molto sbrigativa, chi gestisce le risorse umane, si limita a dire: “Faccio presente che stranieri non ne assumiamo”. Un approccio, oltre che orribile, anche dannoso per le stesse aziende che rischiano di non essere in grado di affrontare adeguatamente, in ambito lavorativo, la complessità che la globalizzazione porta con sé, con la varianza etnica, la mescolanza sociale e la diversità individuale».

Riccardo Sandre

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