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Il bosco dei longobardi teatro di guerre furiose

Dove i Carraresi alleati degli ungheresi combatterono Venezia

Chissà cosa avrà confidato ai familiari, nel 1187, tale Guido Alberti da Montorso, subito dopo aver ricevuto la visita di un messo dell’allora vescovo di Vicenza Pistore, venuto ad annunciargli in pompa magna che Sua Eccellenza aveva generosamente e graziosamente stabilito di fargli dono di una serie di possedimenti “in tera de Gazo”.

Di sicuro non organizzò un brindisi: perché in quel posto non c’era altro che un fitto bosco. E siccome di solito, in quei tempi, succedeva il contrario, e cioè ...

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Chissà cosa avrà confidato ai familiari, nel 1187, tale Guido Alberti da Montorso, subito dopo aver ricevuto la visita di un messo dell’allora vescovo di Vicenza Pistore, venuto ad annunciargli in pompa magna che Sua Eccellenza aveva generosamente e graziosamente stabilito di fargli dono di una serie di possedimenti “in tera de Gazo”.

Di sicuro non organizzò un brindisi: perché in quel posto non c’era altro che un fitto bosco. E siccome di solito, in quei tempi, succedeva il contrario, e cioè erano i laici a regalare possedimenti alla chiesa, non si fa peccato a pensare che al nostro Guido sia balenato il sospetto che l’alto prelato avesse in realtà voluto sbarazzarsi di una proprietà scomoda, rimediandoci pure una bella figura.

Lo stesso nome della località, Gazzo, sta del resto a significare “bosco”, secondo la dizione di origine longobarda “Gazium” o “Gagium”; e d’altra parte se ne conserva tuttora traccia nello stemma comunale, dove svetta un inequivocabile albero. Al malcapitato Alberti non restò comunque che abbozzare e rimboccarsi le maniche, assoldando un tot di manodopera per cominciare un lavoro di deforestazione per cercare di rendere almeno un po’ produttivo lo sgradito omaggio.

Quando una cosa parte male, ce ne mette a disfarsi dell’aura che l’accompagna e delle disgrazie che si tira dietro. La gente di Gazzo lo impara a proprie spese in pieno Medioevo, quando il territorio è investito dalla guerra in atto tra i Carraresi, signori di Padova, alleati con re Sigismondo d’Ungheria, e la Repubblica di Venezia; ma quando ad affermarsi è la Serenissima, entra in un lungo periodo di quiete agevolata anche dalla sua posizione decentrata, che la tiene al riparo dai guasti della storia, ma anche la colloca in un cono d’ombra rispetto alla cronaca. Gli unici sprazzi in grado di “fare notizia” risalgono al 1413, quando l’esercito ungherese che ha invaso il Vicentino si accampa per qualche tempo in località Grossa; e all’epoca della calata delle truppe napoleoniche, nel 1797, quando pare che lo stesso Bonaparte abbia fatto costruire un ponte in pietra sul canale Riello al posto di quello precedente in legno, per farvi passare in sicurezza i suoi uomini con relativi armamenti.

Scarsi anche gli insediamenti dei patrizi veneziani, a differenza di quanto accaduto in tanti altri centri del Padovano. L’unico di un certo rilievo è quello di villa Mazzon, costruita nel tardo Seicento su pianta quadrata e circondata da un ampio giardino: attraversa il suo breve spazio di celebrità dal 1815 al 1840, quando il suo proprietario è Francesco IV, arciduca d’Austria e duca di Modena, che nella stessa Gazzo è titolare anche di una serie di terreni. C’è da dire che in quel periodo il paese, assieme a Grantorto e Carmignano di Brenta, rientra dal punto di vista amministrativo nella provincia di Vicenza, dove rimane fino al 1853, per poi venire aggregato in un primo tempo al mandamento di Cittadella, e quindi alla provincia di Padova quando nel 1866 il Veneto entra a far parte del Regno d’Italia. Una decisione, quest’ultima, che secondo quanto riportano le cronache dell’epoca scatena uno scontro politico nel quale scendono in campo anche nomi eccellenti: come Fedele Lampertico, a cui firma sul “Giornale di Vicenza” del 6 giugno 1869 compare un vibrante intervento che contesta pesantemente la decisione, citando ragioni storiche, economiche e anche geografiche, considerando che Gazzo dista da Vicenza appena 5 miglia, e da Padova una ventina. Economista, scrittore e uomo politico, Lampertico è una delle voci più impegnate del Veneto di fine Ottocento: quando manda quella nota al giornale, è deputato del Regno dal primo momento dell’annessione del Veneto all’Italia, nel 1866; manterrà il seggio fino al 1870, e rientrerà in Parlamento nel 1873, in qualità di senatore. Ha un nipote famoso, lo scrittore vicentino Antonio Fogazzaro, che proprio alla sua figura si ispirerà nel suo “Piccolo mondo moderno”.

La geografia d’altra parte è uno degli elementi costitutivi della natura della zona, ricca com’è di acque che attraversano il territorio, ma anche di risorgive, come il cosiddetto “Fontanon del diavolo”, attualmente peraltro in via di esaurimento per l’eccessivo ricorso a usi civili, agricoli e industriali nel bacino scolante del Brenta, che ha finito per determinare un abbassamento della falda: al punto che mentre in passato era il fiume ad alimentarla, oggi accade esattamente il contrario, e cioè il fiume drena acqua da essa. La presenza di questa risorsa naturale ha determinato la presenza a Gazzo di alcuni mulini, di cui rimane oggi il Sandini, anche se ovviamente alimentato con motore elettrico e non più con la forza idrica. Proprio la presenza dell’acqua fonda a lungo uno dei pilastri portanti dell’economia della zona sulle risaie, su terreni appartenuti per anni a una famiglia nobile, i Diedo. Ma quella di Gazzo rimane a lungo nel suo complesso un’economia di pura sussistenza: per tutto l’Ottocento, la gente continua a vivere ammassata nei casoni, col tetto in paglia, e in condizioni decisamente miserande come si ricava da alcuni sconfortati versi di una poesiola scritta nel 1869 dal cappellano della frazione di Grossa: “Magre, stecchite e impallidite genti / ecco un cimitero di morti viventi”.

Il Novecento porta con sé un’ampia azione di recupero e di bonifica, anche se le tensioni legate alle precarie condizioni di vita non mancano, talvolta con un tragico epilogo: come succede il 7 luglio 1922, nel generale clima di scontro che agita il Veneto (il fascismo andrà al potere nell’ottobre successivo, con la marcia su Roma), quando proprio a Gazzo Armando Fugagnolo, 18enne vicentino che a suo tempo si è arruolato tra i legionari di D’Annunzio nell’impresa di Fiume, alla testa di un manipolo di fascisti viene alle mani con un gruppo di socialisti e comunisti, rimanendo ucciso. Solo nel secondo dopoguerra Gazzo (Padovano per distinguerla da un’analoga Gazzo presenti nel Veronese) risente dei benefici dello sviluppo economico del Nordest, cancellando una volta per tutte secoli di miseria.

(40, continua)