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Il pm: «Nessuna intesa per andare a prendere Meriem in Siria»

ARZERGRANDE. «Voglio tornare in Italia, anche se dovrò andare in carcere». Meriem Rehaily lo ha detto a cuore aperto all’inviato de “Il Giornale”, Fausto Biloslavo, e ai microfoni di SkyTg24, dal...

ARZERGRANDE. «Voglio tornare in Italia, anche se dovrò andare in carcere». Meriem Rehaily lo ha detto a cuore aperto all’inviato de “Il Giornale”, Fausto Biloslavo, e ai microfoni di SkyTg24, dal campo di Roj, in Siria, dove si trova prigioniera con migliaia di jihadisti stranieri. La ragazza partita da Arzergrande per la Siria ora si dice pentita. Su di lei pesa una condanna a 4 anni per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Condanna che non è stata impugnata in appello e, ...

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ARZERGRANDE. «Voglio tornare in Italia, anche se dovrò andare in carcere». Meriem Rehaily lo ha detto a cuore aperto all’inviato de “Il Giornale”, Fausto Biloslavo, e ai microfoni di SkyTg24, dal campo di Roj, in Siria, dove si trova prigioniera con migliaia di jihadisti stranieri. La ragazza partita da Arzergrande per la Siria ora si dice pentita. Su di lei pesa una condanna a 4 anni per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Condanna che non è stata impugnata in appello e, trascorsi i tempi di legge, è passata in giudicato. «Non ci sono accordi internazionali con la Siria e meno che meno con i curdi che gestiscono il campo dove la stampa dice si trovi Meriem», spiega il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, responsabile dell’antiterrorismo. Come dire che non sarà possibile un accordo di Interpol per arrestare la ragazza. Diverso è se Meriem si consegnasse spontaneamente alle autorità italiane, sempre che chi la tiene prigioniera nel campo la lasciasse andare via. «Appena la ragazza dovesse mettere piede nel territorio italiano, verrebbe arrestata», chiarisce il procuratore capo.

Lo stesso Biloslavo ha raccontato come Meriem «sia ansiosa di consegnarsi al Paese di provenienza, serve solo un contatto ufficiale del Governo. Al valico di confine nel Kurdistan iracheno si arriva in taxi e i nostri soldati che presidiano la diga di Mosul sono a poche decine di chilometri, lì se ci fosse l’accordo, la porterebbero gli stessi suoi carcerieri. Adesso il Governo sa che sono vive e dove si trovano una latitante e un’indagata per terrorismo internazionale (il riferimento è alla trevigiana Sonia Khedhiri, ndr): per consegnarle alla giustizia italiana basta la volontà politica, non serve un’operazione militare».

Rubina Bon