Confindustria, il ritorno delle divisioni

Malumori dopo l’assenza di Boccia all’assemblea di Padova e Treviso. E Venezia frena nella marcia verso la maxi alleanza

PADOVA. A cinque giorni dal grande evento, l’assemblea che ha sancito la nascita di Assindustria Veneto Centro, appare evidente che l’assenza fisica di Vincenzo Boccia, il numero uno di viale dell’Astronomia, non sia stata casuale ma una ponderata scelta. Perché Boccia, il 15 giugno scorso, non ha inviato a Marghera nemmeno un vicepresidente nazionale a celebrare la nascita della seconda più grande Confindustria d’Italia. Roma non c’era in Veneto. Ma il Veneto conta qualcosa a Roma? Il cannocchiale, infatti, può essere agilmente rovesciato e anche la prospettiva.

Ma oggi la base brontola. L’assenza di Boccia a Marghera è stata vissuta come uno sgarbo, non solo dai presidenti Massimo Finco e Maria Cristina Piovesana, ma da tutti i tremila imprenditori in sala. Perché Boccia abbia preferito la consegna della mela d’oro al Premio Bellisario piuttosto che stringere la mano a due imprenditori che hanno reso concreta la Riforma Pesenti, è presto detto. Sono passati più di due anni dalla sua elezione ai vertici di Confindustria, ma in questi 26 mesi le fronde, anziché rientrare, sono cresciute.


Boccia vinse con cento voti su 192 votanti (198 gli aventi diritto) con Padova, Treviso e Venezia-Rovigo convintamente schierate a favore di Alberto Vacchi, l’altro candidato in corsa. Per Piovesana «il migliore». Guarda caso, Vacchi era sul palco di Marghera, il 15 giugno, a sancire il patto produttivo del «nuovo triangolo industriale» con Assindustria Veneto Centro e Assolombarda, da sempre l’ago della bilancia degli equilibri. E Boccia? Lontano e collegato via skype, con un discorso avulso. Non stupisce che abbia preso ben più applausi di lui Carlo Bonomi di Assolombarda.

Di certo, Boccia non deve aver dimenticato che l’intervento pubblico più duro dopo la sua elezione fu pronunciato in Consiglio proprio da Maria Cristina Piovesana. E se Finco è più imprenditore che confindustriale, la tosta collega trevigiana non ha mai taciuto né nascosto simpatie e antipatie. Nella parte privata dell’assise, Piovesana ha fatto notare che da Roma era arrivato un «autorevole consiglio» a cambiare il nome da Assindustria a Confindustria Veneto Centro. Ma lei ha risposto: «Deciderà il futuro presidente», il che significa: andiamo avanti con la nostra idea. Perché se Roma vuole omologare tutte le territoriali sotto il cappello di Confindustria, da Marghera è partito il messaggio: «Non vogliamo essere uguagli agli altri».

Lo sa bene anche il veneto Matteo Zoppas con chi ha a che fare. «Non siamo contro Confindustria» ha risposto Piovesana venerdì. Ma è un fatto che questa fusione abbia fatto discutere a vari livelli. In conferenza stampa Piovesana e Finco hanno aperto a Venezia e, fino a pochi giorni fa, il presidente veneziano Vincenzo Marinese si è detto della partita. Fonti confermano incontri già in corso tra Finco e Marinese ma l’altro ieri, in un’intervista, il veneziano ha tirato d'emblée i remi in barca: «Non ci sono i presupposti. Se arriverà, valuteremo». Dietro a questa frase c’è un intero mondo confindustriale da capire. Un mondo che non approva gli slanci personali, i passaggi non istituzionali e le affermazioni che bruciano le tappe. Così, se Venezia entrerà in Veneto Centro, come vorrebbe fare anche Belluno, non sarà per l’esprit del suo presidente a cui devono essere fischiate le orecchie in questi giorni, ma per una road map condivisa con tutti. Zoppas in testa, poi con le convintamente autonome Vicenza e Verona. Sempre che vada bene a Boccia che, fino al 2020, sarà al timone di questa animata Associazione.

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