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Dai romani a Napoleone Guerra e pace sul Brenta

Dalla colonizzazione dei centurioni alla calata dei barbari, fino ai francesi Il campanile-torre è il simbolo della simbiosi militare e religiosa nel paese

Tutto dipende dai punti di vista. C’è chi è più concentrato sulle cose di questo mondo, e se c’è da fare un progetto edilizio pensa subito a un castello fortificato. E c’è chi invece, magari dopo svariate batoste terrene, ritiene che sia meglio dedicarsi alle questioni dello spirito; e visto che sotto mano ha un castello per quanto ormai malconcio, se ne serve per trasformarlo in campanile, contribuendo così magari anche a riscattare la condizione delle pietre esposte per secoli alla dura le ...

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Tutto dipende dai punti di vista. C’è chi è più concentrato sulle cose di questo mondo, e se c’è da fare un progetto edilizio pensa subito a un castello fortificato. E c’è chi invece, magari dopo svariate batoste terrene, ritiene che sia meglio dedicarsi alle questioni dello spirito; e visto che sotto mano ha un castello per quanto ormai malconcio, se ne serve per trasformarlo in campanile, contribuendo così magari anche a riscattare la condizione delle pietre esposte per secoli alla dura legge delle armi. Fontaniva è un esempio fra i più tipici di questo singolare dualismo, che ha visto mescolarsi nei secoli guerra e pace con implacabile cadenza, anche perché attraversata dal Brenta, fiume che da nord ha portato con sé di tutto un po’, nel bene e nel male: il suo campanile è stato costruito sull’unica torre rimasta della vecchia fortezza distrutta nel 1228.

I primi insediamenti, come in gran parte dell’Alta Padovana, sono di epoca romana, in seguito alla centuriazione con cui l’imperatore Augusto assegna ai reduci delle sue vittoriose imprese terreni su cui vivere e da cui ricavare sostentamento. Una serie di scavi hanno restituito diverso materiale legato alla vita di tutti i giorni, e oggi custodito nel Museo storico-agricolo. Alle opportunità offerte dal fiume, si uniscono già allora quelle legate al fatto che il territorio è zona di risorgive, testimonianza di una zona ricca d’acqua come suggerisce il nome stesso del paese (fons viva). Ci sono dunque tutte le premesse per lo sviluppo di un’economia legata alla terra ma probabilmente anche a un embrione di attività industriali, come sembra indicare la presenza di pesi da telaio e macine da cereali. Una condizione di tranquillità che viene turbata pesantemente una prima volta con l’arrivo dei Longobardi; e tuttavia qualcuno del clan trova il posto interessante, al punto da sganciarsi dal resto della compagnia per stabilirsi in zona: legandosi a tal punto ai luoghi, da prenderne perfino il nome. Si ha notizia infatti di una famiglia Fontaniva, dalla quale discenderanno poi i Peraga, che nel XII secolo si trasferiranno più a est fino a diventare signori di Mirano.

Non sono gentiluomini gli Ungari, che entrano di forza in Italia da Nordest nell’899, strapazzano Aquileia e dilagano nella pianura fino a Verona; proprio a Fontaniva, nei pressi del Brenta, si scontrano il 24 settembre con le truppe di Berengario, che ne vengono travolte. Oltre due secoli dopo, lo stesso luogo è invece teatro di un incontro di pace: nel 1147, il patriarca di Aquileia sceglie quel posto in riva al fiume per convocare i litigiosi feudatari dell’intera area, convincendoli (o costringendoli) a sottoscrivere quella che verrà appunto chiamata “la pace di Fontaniva”. Nel frattempo, il ceppo longobardo che si è installato in zona ha fatto costruire il già ricordato castello. E nel 1064 uno del clan, Ubertino, rivela evidenti doti di manager, visto che con una serie di documenti riceve incarichi di fiducia sia dal vescovo di Padova che da alcuni ricchi monasteri della provincia: segno che di lui c’è da fidarsi. D’altra parte, la dinasty può vantare anche parentele autorevoli sul piano dello spirito, a conferma della singolare mescolanza di sacro e profano che caratterizza Fontaniva: in zona vive ed opera Bertrando, che diventerà poi beato, del quale si narra che vivesse “santamente e da pellegrino per amore di Dio”; il suo corpo oggi riposa sotto il primo altare a destra entrando nella chiesa parrocchiale, e in tanti vanno tuttora a pregare sulla sua tomba.

Nei secoli, la vita della comunità è scandita dal Brenta, e ad essa è legata a doppio filo: in passato con l’estrazione di sabbia e ghiaia dal letto del fiume, materiale utilizzato essenzialmente per costruire le caratteristiche case secondo uno schema codificato (tre corsi di sassi e uno di mattoni), e rimasto immutato fino a non molto tempo fa; poi con i primi impianti pre-industriali legati ai mulini e alle cartiere; da ultimo, in epoca moderna, con i cementifici. Ancora nell’Ottocento, prima del ricorso massiccio all’asfalto, i carrettieri di Fontaniva trasportano nei Comuni della zona la ghiaia e la sabbia necessarie per la manutenzione delle strade, e i sassi impiegati per l’acciottolato. E ancor oggi rimangono a Fontaniva fornaci di laterizi con impianti che continuano ad utilizzare strutture del passato; mentre l’industria del calcestruzzo, decollata dopo la prima guerra mondiale, si afferma definitivamente a partire dagli anni Cinquanta con cisterne, prefabbricati e capannoni esportati in molte zone d’Europa.

La storia del paese è anche legata, nell’Ottocento, a due figure di primo piano: Andrea Cittadella Vigodarzere, politico che gode di notevole fama sia per le sue sponsorizzazioni culturali (nella bella villa che possiede in loco ospita eminenti personalità dell’epoca, tradizione che i suoi eredi continueranno accogliendo tra l’altro Benedetto Croce) che per le attività benefiche; e il poeta vicentino Giacomo Zanella, il quale spesso viene a Fontaniva per trovare l’arciprete don Ottaviano Rossi, cui nel 1851 dedica anche una lirica di una certa notorietà, “Ad un amico parroco”.

Il passaggio di francesi e austriaci, a differenza che altrove, non altera più di tanto i tranquilli meccanismi della vita della gente del posto; anzi, porta perfino un beneficio non indifferente, nel 1804, quando si decide di costruire l’attuale ponte sul Brenta, in legno con rinforzi di grossi chiodi. Vero è che l’input è una volta di più di stampo bellico: di lì devono passare mezzi pesanti, artiglieria e carriaggi degli eserciti che in quella fase bazzicano per l’Alta padovana, e non è certo agevole traghettarli uno per uno con le barche in uso all’epoca per passare il fiume. Ma messe finalmente a tacere le armi, quel ponte è rimasto per usi pacifici e civili: quasi a simboleggiare idealmente il raccordo tra guerra e pace che accompagna Fontaniva da sempre.

(37, continua)