Spisal: i controlli annuali limitati al 5% delle imprese

«La sicurezza dei lavoratori è una costruzione sociale, richiede il concoso di più soggetti – le istituzioni, le associazioni di aziende e maestranze, la politica che detta le regole – e ad oggi,...

«La sicurezza dei lavoratori è una costruzione sociale, richiede il concoso di più soggetti – le istituzioni, le associazioni di aziende e maestranze, la politica che detta le regole – e ad oggi, purtroppo, le criticità non mancano; con le risorse a disposizione garantiamo lo standard nazionale di controlli annuali, pari al 5% delle attività produttive, ma si tratta di un obiettivo minimale, una maggiore dotazione di personale ci consentirebbe di operare con più efficacia. Colpisce il fatto che le imprese vincenti, abituate a competere sul mercato internazionali, si rivelino le più sensibili nella tutela e nella prevenzione: investono nel capitale umano e lo fanno per convinzione, non per timore di sanzioni. Altre, purtroppo, oppongono resistenza».

Parole di Rosana Bizzotto, il medico-manager che a Padova dirige il Servizio di prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spisal), braccio operativo dell’Ulss 6, sempre più alla ribalta nel crescendo di incidenti e morti bianche nel nostro territorio.


«La nostra mission è quella di promuovere il benessere dei lavoratori agendo su tre versanti principali: la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, l’accertamento delle cause che li hanno provocati, la formazione e l’assistenza nell’opera di tutela sui luoghi di lavoro, inclusa la campagna in corso nelle scuole. Come procediamo? Esaminiamo i fattori di rischio e l’efficacia delle misure preventive; verifichiamo le violazioni di norme di sicurezza e di igiene accertando cause e responsabilità nei casi di incidente o patologia professionali; e poi abbiamo competenza specifica nel valutare i piani di rimozione dei materiali contenenti amianto, le notifiche preliminari per i lavori edili, il monitoraggio della situazioni di disagio, stress e mobbing. Il ventaglio è ampio, perciò richiede un approccio multidisciplinare».

Da più parti, in particolare dopo il dramma alle Acciaierie Veneta, si lamenta la scarsità di organici dello Spisal. Qual è la vostra dotazione?

«Nel Padovano la nostra squadra comprende 10 medici del lavoro, un ingegnere, 28 tecnici, 6 assistenti sanitari e 8 amministrativi tra full e part time. Pochini? Beh, qualche rinforzo ci farebbe molto comodo, abbiamo medici avviati alla pensione e un’età media piuttosto avanzata, per fortuna il direttore dell’Ulss Euganea, Scibetta, ci sta dando una mano. Io credo che l’obiettivo da perseguire sia quello di svolgere verifiche regolari, diciamo ogni 2-3 anni, nei siti più a rischio e mi riferisco a manifattura industriale, edilizia e agricoltura».

Le statistiche rivelano che negli ultimi anni il numero delle ispezioni si è complessivamente ridotto. Al punto che l’assessore regionale alla sanità, Luca Coletto, propone di impiegare l’introito delle multe che comminate per rafforzare il numero di ispettori.

«Un’idea apprezzabile, ne discuteremo al comitato di coordinamento straordinario convocato il 4 giugno, speriamo diventi realtà. Le ispezioni? Io diffido delle incursioni “mordi e fuggi” che gonfiano il volume d’attività ma lasciano scarso segno. Credo piuttosto nella qualità e nella continuità degli interventi su più fronti: sopralluoghi, accertamenti, , formazione, persuasione. Nelle prossime settimane, ad esempio, abbiamo in programma incontri serali “mirati” con i coltivatori autonomi, una categoria ad alto rischio».

Spicca il lugubre primato nazionale del Veneto negli infortuni mortali sul lavoro. Qual è la sua diagnosi?

«Le motivazioni sono molteplici, senza dubbio l’accentuata frammentazione del sistema produttivo veneto – micro e piccole aziende con budget limitati e conduzione familiare – non favorisce la consapevolezza che investire sulle risorse umane è una priorità assoluta».

Quale traguardo realistico perseguite nel breve periodo?

«Quello di convincere tutti i soggetti che l’infortunio e la patologia professionale non sono fatalità alle quali rassegnarsi ma anomalie da debellare».

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