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Comuni padovani senza personale: persi 500 dipendenti in 7 anni

Indagine Cisl: il turnover non funziona, si lavora in costante emergenza e rischiano di saltare i servizi

PADOVA. «Entro tre anni molti Comuni della provincia collasseranno perché non c’è ricambio di dipendenti. Sarà un blackout totale, e a pagarne le conseguenze saranno i cittadini. Oggi, in alcuni piccoli centri, c’è chi fa il centralinista, le carte d’identità e pure l’assistente sociale. Altro che fannulloni, questi sono piccoli eroi».

Ad accendere la spia e lanciare l’allarme è la Cisl Fp di Padova e Rovigo che ha mappato il personale dei municipi padovani.

Dal 2010, considerati tutti i 104 C ...

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PADOVA. «Entro tre anni molti Comuni della provincia collasseranno perché non c’è ricambio di dipendenti. Sarà un blackout totale, e a pagarne le conseguenze saranno i cittadini. Oggi, in alcuni piccoli centri, c’è chi fa il centralinista, le carte d’identità e pure l’assistente sociale. Altro che fannulloni, questi sono piccoli eroi».

Ad accendere la spia e lanciare l’allarme è la Cisl Fp di Padova e Rovigo che ha mappato il personale dei municipi padovani.

Dal 2010, considerati tutti i 104 Comuni, la pianta organica totale ha perso 476 unità, passando da 4.585 dipendenti a 4.109. Tenuto conto dei parametri dettati dal decreto ministeriale del 10 aprile 2017, che aveva individuato i rapporti medi dipendenti-popolazione, i numeri aumentano fino a un meno 2.329.

A soffrire di più sono i paesi più piccoli, dove ci sono dai 2 ai 10 dipendenti e dove nessuno può ammalarsi o andare in ferie perché rischierebbe di mandare in tilt tutto il sistema di servizi.

A Candiana, negli ultimi 8 anni, il personale è calato da 12 a 8 unità, provocando un “default” e costringendo un vigile urbano a occuparsi di pratiche amministrative dirigenziali. Situazioni simili si registrano a Curtarolo e a Megliadino San Vitale (un solo dipendente rispetto ai 6 del 2010).

Anche a Padova la situazione non è rosea, visto che nello stesso arco di tempo ha perso 201 dipendenti, passando da 1918 a 1717, rispetto ai 1812 previsti dal parametro di legge.

Ma se nei centri di media grandezza si può fare affidamento sulla riorganizzazione, nei piccoli e nei piccolissimi è una soluzione impraticabile. Scorrendo i numeri si nota come l’Alta padovana abbia perso 68 posti di lavoro pubblici in 8 anni (con un rapporto lavoratori-abitanti di 1 ogni 337), mentre nella Bassa sono 157 i lavoratori in meno, con un rapporto con la popolazione di 1/275.

La cintura urbana di Padova (Abano Terme, Ponte San Nicolò, Vigonza, Cadoneghe) ha 257 dipendenti in meno. Quasi la metà dei Comuni padovani ha per lo sportello anagrafe o ragioneria un unico impiegato, talvolta diviso con altri uffici.

«In vista dei prossimi pensionamenti, la situazione peggiorerà» rileva Ettore Furlan della Cisl, «il turn-over così com’è stato pensato non funziona, e permette di sostituire i dipendenti solo l’anno successivo e solo al 70%».

«I numeri ci dicono che i servizi sono garantiti in un regime costante di emergenza» ha sottolineato Michele Roveron, segretario generale della Cisl Fp di Padova e Rovigo, «nel giro di un triennio, se le cose non dovessero cambiare, potrebbero verificarsi situazioni di vero stallo mancando l’unico ragioniere o l’unico ufficiale di anagrafe del Comune».

«Soprattutto nei comuni sotto i 3000 abitanti assistiamo a una carenza cronica di personale, e a fronte dei dati emersi abbiamo chiesto al presidente della Regione Luca Zaia un intervento, affinché questo problema sia portato a Roma e venga inserito nel piano delle deleghe per l’Autonomia che la nostra Regione sta trattando con il Governo ha aggiunto Franco Maisto.