Tre “cervelli” di ritorno puntano sulla start up

Ricercatori padovani lasciano le università americane per fondare Prorob «È una piattaforma che mette in comunicazione macchine e sistemi diversi»

PADOVA. Far “comunicare” tra loro varie macchine, mettendole in sinergia al servizio dell’uomo: è l’idea, semplice ma al contempo geniale, di tre ricercatori padovani che qualche mese fa hanno abbandonato una carriera già spianata nelle università statunitensi per fare gli imprenditori in Italia. Fabio Oscari, Luca Barbazza e Simone Minto si sono conosciuti all’università di Padova, dove erano tutti e tre dottorandi in Meccatronica (che ricade sotto la scuola di Ingegneria). Poi, dopo il dottorato, hanno trascorso un lungo periodo all’estero: Simone e Luca a New York, Fabio in California. Avevano già una proposta di post doc che molto probabilmente avrebbe aperto loro le porte della carriera accademica, ma con una scelta controcorrente hanno deciso di darsi al trasferimento tecnologico in Italia e fondare “Prorob”.

I tre avevano lavorato insieme a lungo all’università di Padova e la loro idea era già stata premiata, lo scorso anno, dal concorso per startup “Veneto Start Cup”, aggiudicandosi il terzo premio regionale e un periodo di incubazione a Venezia. «Abbiamo valutato una serie di congiunture favorevoli», spiega Luca Barbazza. «Il settore della Meccatronica, sta vivendo un periodo d’oro e il Veneto è la patria delle piccole e medie imprese del Nordest. Così abbiamo deciso di tornare: abbiamo iniziato da pochi mesi, ma per la fine di quest’anno prevediamo un fatturato di duecentomila euro. Siamo partiti senza alcun finanziamento».


Prorob è ancora una startup, attualmente incubata presso lo Start Cube del Galileo Visionary District, a Padova, ma destinata a diventare un’azienda di successo. «In parole molto semplici», spiega ancora Barbazza, «abbiamo creato una piattaforma in grado di mettere in comunicazione tra loro sistemi diversi, già in possesso dell’utente: sensori, motori, macchine. Recentemente, per fare un esempio, ci è stato chiesto di automatizzare delle serre: abbiamo quindi progettato delle schede di acquisizione con cui controllare temperatura, umidità, luci, sistema idroponico e tutti parametri fondamentali per la coltivazione. Poi questi dati vengono elaborati con un’app e messi a disposizione dell’utente, che può controllare in tempo reale cosa succede nella serra. La nostra forza sta nell’aver sviluppato un’app molto versatile, perché consente un’ampia personalizzazione».

I tre sono partiti dalle applicazioni per l’industria e ora stanno allargando il raggio all’agrifood. Il prossimo passo? La domotica, destinata ad entrare nelle case del futuro.

Silvia Quaranta

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