L'accusa: «È stata la banca a istigarmi al suicidio»

Piombino Dese. Tentò di togliersi la vita in azienda, oggi è deciso a portare davanti al giudice Antonveneta-Mps anche per usura ed estorsione

PIOMBINO DESE. Sono passati cinque anni da quel maledetto 19 febbraio 2013, quando Michele Nepitali, oggi 51 anni, piccolo imprenditore nel settore del confezionamento di astucci per occhiali, ha tentato di togliersi la vita all’interno della sua azienda, la Nepbor di Piombino Dese. Era un martedì sera. Nepitali si era legato una cinghia al collo, appendendosi poi alla staffa di un carrello elevatore che aveva posto alla massima altezza. A salvarlo, incosciente ma vivo, i suoi familiari, avvisati da un amico di famiglia che l’imprenditore aveva chiamato poco prima per dirgli addio. Alla base di tutto la disperazione nel vedere la propria attività al tracollo e la consapevolezza di non riuscire più a stare a galla. Oggi che la Nepbor non esiste più, che sono passati anni difficili economicamente ma soprattutto psicologicamente, Michele Nepitali ha deciso di denunciare chi, a suo parere, ha contribuito a gettarlo sul lastrico e indurlo a mettere fine alla sua vita. E così un paio di settimane fa, seguito dall’avvocato Umberto Giovannoni del foro di Padova, ha presentato denuncia querela nei confronti della banca, accusata di tassi usurai e di avergli impedito di avviare un piano di ristrutturazione finanziaria.

Signor Nepitali, lei ha una moglie e un figlio, come è arrivato a decidere di compiere un gesto così drammatico?


«Non vedevo soluzione. Avevo forti pressioni da parte delle banche. Ricevevo tre, quattro chiamate al giorno in cui mi dicevano che dovevo rientrare».

Quel 19 febbraio sul suo tavolo, oltre a un biglietto d’addio era stata trovata una cartella di Equitalia.

«Sì, da 29 mila euro. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma le mie difficoltà finanziarie erano sorte a causa dei difficili rapporti con Banca Antonventa/ Mps”.

Con la banca lei aveva prima un leasing, poi un mutuo ipotecario sul suo capannone. Non è più riuscito a pagare?

«Il settore dell’occhialeria era in crisi, i clienti non pagavano, e la banca invece di venirmi incontro, conoscendo le mie difficoltà, ha sfruttato la sua posizione dominante per rifiutare ogni mia proposta di piano di rientro ed esigendo un rientro immediato: “O rientri o siamo costretti a segnalarti alla centrale rischi”».

E quindi cos’è successo?

«La revoca di tutti i fidi e quindi un’irreversibile crisi di liquidità. Non sono più riuscito ad adempiere agli obblighi aziendali e tributari».

Aveva dipendenti?

«Sei dipendenti più me e mia moglie. Uno ad uno ho dovuto lasciare a casa tutti».

Quando ha capito che non la sua ditta stava naufragando?

«Nel dicembre del 2012. Ho iniziato a fare brutti pensieri. A febbraio ho avuto un crollo. Non ce la facevo più».

I suoi familiari sapevano della situazione di crisi?

«No, non ho detto nulla. Per orgoglio. E per non dare pensieri a mia moglie».

Di cosa accusa la banca?

«Istigazione al suicidio, usura ed estorsione».

Sono accuse gravi.

«Posso dimostrarle. Per quanto riguarda l’istigazione al suicidio, i giorni precedenti al mio tentativo di togliermi la vita ho ricevuto diverse telefonate, e anche una visita in azienda, del direttore della filiale, il quale mi ha sottolineato più volte: “leggiti bene il contratto”, riferendosi alla garanzia assicurativa per causa morte. Fatalità questo direttore il giorno dopo il mio tentativo di suicidio è stato trasferito».

E l’usura?

«Ho fatto eseguire delle perizie da un esperto di diritto bancario: risulta che mi andrebbero ristornati 35 mila e 500 euro ma che mi sono stati applicati dei tassi usurai».

Cosa chiede adesso?

«Innanzitutto che il capannone della Nepbor, per cui la Mps ha avviato le procedure espropriative, non venga messo all’asta il 28 maggio, e che non venga pignorata la casa di mia moglie. In quanto corpo del reato vorrei fossero sottoposti a sequestro preventivo. Poi che il giudice nomini un consulente tecnico al fine di accettare il reato di usura. E che chi mi ha portato a un gesto così disperato, paghi».

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