Padova, l’ombra del bullismo dietro la morte di Princess

Il palazzo dove è accaduta la tragedia

La quattordicenne era stata uccisa da un’overdose di insulina che si era iniettata, viveva con disagio le battute di alcuni compagni

PADOVA. È ancora giallo sulla morte della quattordicenne di origine nigeriana Princess Juliana Chisara Mbanali, studentessa del liceo scientifico Curiel, uccisa da un’overdose di insulina il 9 novembre scorso dopo 14 giorni di ricovero nella Terapia intensiva pediatrica dell’Azienda ospedaliera. Sembrava una tragica morte destinata all’archiviazione. Non è così, almeno per ora.

E, all’orizzonte appare l’ombra del bullismo e di disagi vissuti in famiglia. L’inchiesta, nelle mani del pubblico ministero Cristina Gava, è ancora aperta.


Dalle testimonianze delle moltissime persone interrogate dai carabinieri è emerso che Princess Juliana, brava a scuola ma negli ultimi tempi collezionista di troppe assenze, aveva sofferto per essere stata presa in giro da alcuni coetanei. Era straniera e un po’ grassottella, fuori dai canoni estetici che la pubblicità impone dove tutte le ragazzine appaiono filiformi e magrissime.

Princess Juliana in una foto risalente a qualche anno fa


Tante le persone sentite dagli investigatori: oltre ai genitori e agli amici di famiglia come i vicini di casa, i compagni di scuole e gli amici della giovane che viveva la stagione dell’adolescenza in modo molto problematico.

Da quei racconti è emerso quanto Princess soffrisse per essere destinataria di espressioni pesanti che la mettevano in ridicolo. Un dolore silenzioso che cercava di non far vedere ma che la consumava dentro.

È una delle ragioni che l’aveva spinta a chiudersi in se stessa tanto da evitare sia la scuola quanto le attività sportive che, fino a pochi mesi prima, aveva sempre frequentato con passione anche a livello agonistico.

Princess viveva pure un disagio familiare. In base alla ricostruzione dei carabinieri non si sentiva abbastanza amata: le pesavano le assenze della mamma, talvolta lontana per ragioni di lavoro. Voleva la sua attenzione. E, di frequente, era a casa senza nessuna compagnia perché i genitori erano entrambi impegnati a lavorare.

Anche il 26 ottobre scorso, giorno della tragedia quando la studentessa avrebbe deciso di farla finita: il padre era in fabbrica, la madre in Nigeria in visita ai parenti e lei era sola nell’appartamento in Largo Rismondo a due passi dalla Stanga ed dal comando dell’Arma.

«Rientrando dal lavoro, intorno alle 21.30, mi ero accorto che mia figlia si trovava ancora a letto. Ero entrato in camera, l’avevo chiamata, ma non aveva risposto. L’avevo toccata: respirava, ma sembrava in coma. Da allora mia figlia non si è più risvegliata», aveva raccontato il papà Geoffrey Mbanali, operaio in un’azienda padovana e tra i fondatori della Anglican Church of St. Anthony Abbot con sede in zona Industriale, ricordando la sera in cui aveva trovato la figlia incosciente. Sul comodino una fialetta vuota di insulina scoperta dal padre l’indomani e consegnata alle forze dell’ordine. Fialetta il cui contenuto si inietta secondo precise modalità seguite dalla ragazzina: Princess potrebbe averlo imparato guardando la madre, sofferente di diabete e dipendente dall’insulina.

Intanto il pubblico ministero Gava sta aspettando il rapporto del medico legale Rossella Snenghi che aveva eseguito l’autopsia sul corpo della studentessa.
 

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