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Il Mattino di Padova compie 40 anni: fu fondato nel marzo 1978

PADOVA. Il Mattino di Padova compie quarant'anni. Il primo numero uscì in edicola il 28 marzo del 1978,  pubblicato dall'editore Giorgio Mondadori. In breve tempo supera in copie vendute L'Eco di Padova, quotidiano concorrente creato in tutta fretta da Rizzoli su pressione dei leader politici della Democrazia Cristiana Flaminio Piccoli e Antonio Bisaglia.

Mattino 40 anni: una lunga storia insieme

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PADOVA. Il Mattino di Padova compie quarant'anni. Il primo numero uscì in edicola il 28 marzo del 1978,  pubblicato dall'editore Giorgio Mondadori. In breve tempo supera in copie vendute L'Eco di Padova, quotidiano concorrente creato in tutta fretta da Rizzoli su pressione dei leader politici della Democrazia Cristiana Flaminio Piccoli e Antonio Bisaglia.

Mattino 40 anni: una lunga storia insieme

Poco tempo dopo entra a far parte della catena dei quotidiani locali del gruppo Finegil, guidato da Carlo Caracciolo e controllato dal Gruppo Editoriale L'Espresso. Attualmente, dopo la fusione tra il gruppo l'Espresso-Repubblica e Itedi, fa parte di GEDI gruppo editoriale SpA insieme ad altri tre quotidiani veneti (La Tribuna di Treviso, La Nuova Venezia, e da ottobre 2011 anche il Corriere delle Alpi) con cui condivide la direzione. Il Mattino ha sede in via Nicolò Tommaseo ed è il quotidiano più venduto nella provincia euganea.

Mattino 40 anni. Stefano Edel ricorda i primi giorni del quotidiano

I Direttori del Mattino di Padova:

  • Nino Berruti 1978
  • Giovanni Valentini dal 5 novembre 1979
  • Fabio Barbieri dal 5 settembre 1981
  • Lamberto Sechi dal 24 maggio 1984
  • Paolo Ojetti dal 10 febbraio 1985
  • Franco Oliva dal 12 aprile 1987
  • Maurizio De Luca dal primo dicembre 1988
  • Claudio Giua dal 12 dicembre 1993
  • Alberto Statera dal 11 gennaio 1996
  • Fabio Barbieri dal 12 aprile 2000 (Omar Monestier condirettore)
  • Omar Monestier dal 14 giugno 2005
  • Antonio Ramenghi dal 23 marzo 2012
  • Pierangela Fiorani dal 30 giugno 2014
  • Paolo Possamai (Paolo Cagnan condirettore) dal 20 aprile 2016

Ecco 20 prime pagine storiche del Mattino di Padova

OGGI 40 ANNI FA

Sulla nostra pagina facebook https://www.facebook.com/mattinodipadova/ una serie di dirette per raccontarvi il nostro lavoro, assieme ad alcuni ospiti

Tutti gli articoli su "mattino 40", cliccate qui

In occasione del compleanno, abbiamo cercato di raccontare su facebook questo momento. Leandro Barsotti si è recato da una edicolante per capire come sia cambiata la vendita dei quotidiani, nell'era del digitale.

Mattino 40, il giornale visto dalle edicole

Alice Ferretti e Nicola Bianchi hanno parlato con gli studenti universitari, nativi digitali pr i quali l'acquisto del giornale in edicola è tutt'altro che una consuetudine acquisita

Mattino 40 anni, gli studenti universitari: "Lo leggiamo soprattutto on-line"



In redazione,abbiamo cercato di spiegare come lavoriamo tutti i giorni all'informazione sul digitale, attraverso questo nostro sito e le varie piattaforme social

Mattino 40: il backstage dei lavoro sul sito e sui social

E' stata anche una giornata di auguri, e ne abbiamo ricevuti davvero tanti. Tra questi, vanno sottolineati quelli della neopresidente del Senato Elisabetta Casellati - leggi qui - e quelli del vescovo Claudio Cipolla: leggi qui. Qui sotto, in questa video-scheda abbiamo riassunto alcuni dei molti messaggi arrivati via twitter.

Mattino 40 anni, raffica di auguri su twitter

In questo articolo poi trovate i messaggi del governatore Luca Zaia, del rettore Rosario Rizzuto, del presidente di Confindustria Padova, Massimo Finco e del presidente della Camera di commercio Fernando Zilio

In redazione è venuto a trovarci anche il sindaco di padova, Sergio Giordani. Eccolo in visita, accompagnato dal condirettore Paolo Cagnan, mentre saluta molti colleghi e scherza con Stefano Edel sul Padova Calcio, grande passione di entrambi.

Mattino 40 anni, il sindaco Giordani scherza sul Padova Calcio

LE VIDEO INTERVISTE

Mattino 40 anni. Arlsan: "Una nuova voce che era attesa"

Mattino 40 anni, Jori: "Quella telefonata alle 3 di notte: Checco, ti disturbo?"

Mattino 40 anni, il sindaco di Padova Sergio Giordani in redazione

L'EDITORIALE

Paolo Possamai: il nostro tempo insieme

Paolo Possamai



Ma che cos’è un giornale? Un flusso di informazioni, i cui effetti sono destinati a durare molto più a lungo dell’apparente caducità quotidiana (lo vedremo un poco più avanti in queste righe). Una fabbrica di contenuti su più piattaforme, in carta e digitali.

Una rete di relazioni: il giornale sta al centro, ma in effetti è come una piazza dove chi scrive e chi legge si può dare appuntamento e scambiare il bene per eccellenza, ossia in primis appunto le informazioni, ma anche le idee e i sogni, i progetti e i rapporti. Uno strumento di democrazia. A questo proposito, tante volte è stato usata la metafora del cane da guardia. Mi persuade se riteniamo che il giornale dovrebbe essere un cane da guardia a custodia del buon funzionamento delle istituzioni.

Ma il giornale è anche uno specchio e un luogo di auto-coscienza per la comunità cui rivolge le proprie pagine. Un sismografo chiamato a rilevare nel divenire dei giorni i mutamenti, i fenomeni, i protagonisti, le eclissi, i turbamenti del corpo sociale. Un setaccio che, con pazienza agitato giorno per giorno, favorisce l’emersione del ceto dirigente (che sia politico, o nel campo delle professioni, nell’imprenditoria o nell’associazionismo, tra i cattedratici o nello sport).

Un gruppo di lavoro fatto di giornalisti, commentatori, collaboratori, dipendenti amministrativi e poligrafici e in rotativa. Una azienda che persegue il proprio legittimo obiettivo di remunerazione dei dipendenti, dei collaboratori, degli azionisti e che nella salute dei propri bilanci ha il primo presidio di indipendenza e di autonomia da ogni potere. Il primo direttore del mattino di Padova, Livio Berruti, nell’editoriale di esordio datato 28 marzo 1978 scriveva: “Il nostro giornale ha un solo partito, ed è quello dei suoi lettori”.

Mattino 40, il direttore Possamai: "Siamo un luogo di incontro"



Un giornale è anche una successione di fotogrammi che infine compongono un film (il cui montaggio come in ogni ricostruzione storica è materia soggettiva e passibile di interpretazioni). Intendo dire che un giornale non ha solo una dimensione quotidiana: pagina dopo pagina nella sua missione di fare cronaca costruisce un documento di storia. L’archivio di un giornale è un deposito prezioso, non solo perché documenta i fatti che accadono in un territorio, ma anche in quanto elabora i valori nei quali una comunità si riconosce.

Ricordare i 40 anni non è solo un momento di retrospettiva. È anche guardare al futuro, sulla scorta delle proprie origini e della traiettoria compiuta. Per costringerci a riflettere sulla potenza dei cambiamenti avvenuti e di quelli in atto e del futuro in fieri, enfatizzo il tema richiamando il ritratto che a Padova ha dedicato nel 1956 Guido Piovene.

Il grande scrittore nel suo “Viaggio in Italia” affermava: “Mi è venuto detto Chicago; altri dice che Padova ha qualcosa di milanese. È infatti la città più ricca e moderna del Veneto; commerciale, industriale; i veneti provinciali vanno per acquisti a Padova come alla loro naturale metropoli”. E poi “negozi, affari, grattacieli, caffè all’americana non tolgono alla città uno speciale aroma conservatore e clericale”. E poi che “l’università è il cuore di Padova” con i suoi 11mila studenti (oggi sono 5-6 volte tanti).

Le parole di Piovene situano Padova nella linea del tempo agli anni ‘50; quando il mattino è nato, erano i giorni del rapimento di Moro e di una stagione di terrore; da questi due punti di riferimento proviamo con la mente a percorrere il tratto di strada che arriva a noi e saremo stupefatti dal cambiamento radicale del panorama.

I giornali registrando giorno per giorno fatti e protagonisti, suscitando il dibattito e ascoltando la voce di chi dispone delle più appropriate lenti di ingrandimento, costruiscono un itinerario nella storia. Talora possono essere essi stessi un attore della storia, una sorta di lievito della storia.

 

In visita al centro stampa del Mattino: il fascino delle rotative

 

STORIA E MEMORIA

Giovanni Valentini: dare voce al nuovo Veneto, la nostra grande avventura

La prima campagna giornalistica sul conflitto d’interessi: il caso Bisaglia. Padova e Treviso, giornali gemelli in città diverse e in un tempo di fermenti

Nella vecchia sede del Mattino di Padova, il Direttore Giovanni Valentini (al centro) e il caporedattore Fabio Barbieri (a destra) con un collaboratore


C’era ancora la “Vandea bianca” quando arrivai in Veneto, alla fine degli anni Settanta, per dirigere il mattino di Padova e la tribuna di Treviso. Carlo Caracciolo, l’ “editore fortunato” – come lui stesso si definì nel titolo di un libro-intervista con Nello Ajello – che aveva dato vita prima al settimanale L’Espresso e poi al quotidiano la Repubblica, mi aveva offerto questa stimolante opportunità professionale all’età di 32 anni.

Ma, sulle prime, avevo preferito restare a Milano, dove avevo casa e famiglia, e avevo piantato da buon meridionale le mie radici. Fu poi Eugenio Scalfari a convincermi definitivamente, con l’argomento che Padova era una “capitale politica”, cioé un laboratorio in cui si sperimentavano nuove combinazioni e nuove formule.

A Padova esplodevano allora le tensioni giovanili e studentesche di Autonomia Operaia, sospettata di essere contigua alle Brigate rosse o comunque al terrorismo di sinistra.

Nella “Marca gioiosa” di Treviso, invece, ribollivano i rigurgiti neo-fascisti con la “criminalità nera” praticata dalla banda di Giusva Fioravanti. Ma in realtà in tutto il Veneto ardevano, sotto le ceneri della conservazione e dell’immobilismo, i fermenti che nell’arco di quindici anni avrebbero prodotto la crisi della Democrazia cristiana e del suo sistema di potere.

Quella era ancora la “Balena Bianca”, come la raffigurava la fantasia giornalistica di Giampaolo Pansa: il partito-Stato che deteneva il governo del Paese, in mancanza di quell’alternativa praticabile in una democrazia dell’Europa occidentale che il vecchio Pci non era in grado di rappresentare.

La Dc veneta era la testa della corrente dorotea, la destra democristiana, guidata dal trio Piccoli, Rumor, Bisaglia, dalle cui iniziali prese nome la famigerata autostrada Pi-Ru-Bi, destinata a unire le loro rispettive città (Trento, Vicenza e Rovigo) e definita “la più inutile d’Italia”.

Proprio contro Antonio Bisaglia, allora ministro dell’Industria, il mattino e la tribuna lanciarono la prima campagna giornalistica sul conflitto d’interessi.

A quell’epoca, il potente capo doroteo era anche agente generale delle Assicurazioni Generali a Padova e Rovigo. E in quanto ministro, spettava a lui fissare le tariffe assicurative. Tanto insistemmo su questa anomalia, insieme ai dirigenti del Partito comunista dell’epoca, che alla fine il potente capo doroteo fu costretto a lasciare il governo: “Bisaglia si dimette”, titolammo per annunciare la sua decisione nel dicembre del 1980, con un sottotitolo che riportava la notizia su scala locale e lo mandò su tutte le furie: “Preferisce fare l’assicuratore a Padova”.

A metà degli anni Novanta, sarebbe iniziata proprio da qui la liquidazione di quel partito e di quel sistema. Fu la segretaria della Dc padovana, la combattiva Rosy Bindi, a espellere l’ex presidente della Regione, Carlo Bernini, ministro dei Trasporti, coinvolto in procedimenti giudiziari legati a Tangentopoli, per un giro di tangenti relative agli appalti per la bretella autostradale di Tessera e l’ampliamento dell’autostrada Venezia-Padova.

In uno storico congresso tenuto ad Abano, toccò poi alla stessa Bindi sciogliere la Democrazia cristiana per confluire nel Partito popolare di Mino Martinazzoli.

Sull’onda di quegli scandali che determinarono il crollo della Prima Repubblica, spuntò in seguito l’astro politico della Lega Nord. Ma già prima l’identità del Veneto era quella di una Nazione e il suo dialetto una lingua.

Il movimento di Umberto Bossi avrebbe avuto successivamente il compito di rappresentarne le aspettative e i legittimi interessi a livello di governo centrale, fino a trasformarsi da “partito territoriale” in un partito esteso su tutto il territorio italiano, sotto la leadership di Matteo Salvini, dismettendo il riferimento geografico nel nome e nel simbolo.

Se alla fine degli anni Settanta Padova era dunque una “capitale politica”, chiusa su se stessa, Treviso era invece un “buen retiro”, una cittadina della gaudente provincia italiana. Non a caso il grande regista Pietro Germi vi aveva ambientato nel ’65 il film “Signori & Signore”. Nel mio pendolarismo professionale fra le due città, andavo volentieri a Treviso ogni volta che era necessario, nella vecchia sede della tribuna in piazza Ancilotto, per cambiare aria e respirarne una decisamente più leggera e allegra rispetto a quella che incombeva allora su Padova. La buona cucina e il buon vino contribuivano a rendere l’atmosfera ancora più gradevole.

Negli anni della mia direzione, per quanto impegno fossi in grado di dedicare quotidianamente a quell’incarico nei limiti delle mie capacità, non sarei mai riuscito da solo a rilanciare le due testate fondate quarant’anni fa da Giorgio Mondadori e dalla sua Eqv (Editoriale Quotidiani Veneti).

Trovai una redazione in gran parte giovane e inesperta, ma nello stesso tempo intraprendente, motivata e disposta a crescere. Ricordo, in particolare, l’intelligente e preziosa collaborazione di Fabio Barbieri che avevo assunto dall’Eco di Padova come caporedattore e fu mio successore; del capocronista Paolo Pagliaro, di Vittorio Testa, Claudio Giua, Antonio Garzotto e Toni Grossi. E mi scuso con gli altri che qui non ho modo di citare.

A distanza di tanto tempo, non esito però a dire che gran parte di quel successo fu dovuto a una “corona” di prestigiosi opinionisti, guidati dallo scrittore Ferdinando Camon, che accettarono di condividere il nostro progetto editoriale al servizio di un’informazione più moderna e indipendente.

Un autorevole “pensatoio” che annoverava firme illustri come quelle del sociologo Sabino Acquaviva, degli storici Umberto Curi, Mario Isnenghi e Silvio Lanaro; del cattolico Enrico Berti, filoso del Diritto, e dell’indimenticabile padre Pietro Scapin.

Se in quegli anni cupi riuscimmo a dare voce al “nuovo Veneto”, il merito va diviso fra tutti coloro che, dentro e fuori le redazioni dei due giornali, parteciparono a quell’impresa comune.

Il processo agli autonomi, fine anni Settanta

ANNI DI PIOMBO

Francesco Jori: una scia di sangue e di violenza

Gli “anni di piombo” investono in pieno il Veneto, dove a cavallo tra il 1974 e il ’75, nascono i Cpv, Collettivi politici del Veneto per il Potere operaio, che teorizzano la «necessità del ricorso alla forza» e il «confronto dialettico con le organizzazioni politico-militari». Cominciano a venire colpite le persone.

Tra il 1977 e il 1979, c’è un lungo elenco di feriti, gambizzati o sprangati, soprattutto a Padova: i docenti universitari Guido Petter, Oddone Longo, Ezio Riondato, Angelo Ventura; il direttore dell’Opera universitaria Giampaolo Mercanzin; il giornalista del Gazzettino Antonio Garzotto; l’avvocato Vincenzo Filosa.

Ci sono anche due vittime. All’alba del 21 febbraio 1978, a Venezia, Franco Battagliarin, guardia giurata in servizio nella sede del Gazzettino in calle delle Acque, viene ucciso da un ordigno collocato sulle scale esterne; l’attentato viene rivendicato dai neofascisti di Ordine nuovo.

Un anno dopo, il 16 febbraio 1979, a Caltana di Santa Maria di Sala, un commando dei Proletari armati per il comunismo ammazza il macellaio Lino Sabbadin, che due mesi prima era rimasto vittima di una rapina, e aveva reagito sparando e uccidendo l’assalitore. Come autori dell’omicidio vengono individuati Diego Giacomini e Cesare Battisti; quest’ultimo fuggito in Brasile è tuttora al centro di un contenzioso con l’Italia che ne chiede l’estradizione.

Sono gli anni delle cosiddette “notti dei fuochi”, con epicentro a Padova, fin dal 1977. Il 22 gennaio si scatena una guerriglia attorno al teatro Verdi dove deve esibirsi Giorgio Gaber. Il 10 marzo c’è un assalto alla mensa universitaria di via Marzolo.

Tra il 29 e il 30 aprile i collettivi politici del Cpv prendono di mira sette luoghi definiti “covi del lavoro nero”. Il 15 luglio ci sono blocchi stradali e danneggiamenti al Portello. Una replica si registra nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 1978, con 12 attentati contro sedi Dc e caserme dei carabinieri. Gli assalti durano per tutto il 1979, a gennaio, in aprile (con una punta di ben 24 attentati tra il 29 e il 30), in ottobre. Né si placano le violenze in altre località venete: il 19 aprile 1978, quindici attentati prendono di mira l’associazione industriali a Vicenza, la Montedison a Porto Marghera, e una serie di banche e di caserme. Nel complesso, tra il ’’77 e il ’79 in Veneto si verificano 1.197 atti di violenza eversiva, 708 dei quali nella sola Padova (447 attentati, 132 aggressioni, 129 tra rapine ed espropri).

Intanto si è mossa la magistratura. Il 21 marzo 1977 il pm padovano Pietro Calogero ha disposto l’arresto per 60 esponenti dei Cpv, e denunciato per associazione sovversiva alcuni docenti e tecnici di Scienze politiche, tra cui Toni Negri.

L’accusa è di far parte di un’unica organizzazione territoriale sovraordinata ai vari gruppi di Autonomia Operaia. Il procedimento sfocia nell’aprile 1978 in una serie di rinvii a giudizio. Pochi giorni dopo quattro colpi di pistola vengono sparati nottetempo contro la casa dello stesso Calogero.

In un’intervista del maggio 1978, il magistrato spiega che «un unico vertice dirige il terrorismo in Italia, un’unica organizzazione lega le Brigate rosse e i gruppi armati dell’Autonomia, un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato».

Su queste premesse, il 6 aprile 1979 Calogero emette 22 ordini di cattura e 70 di comparizione, che vengono eseguiti il giorno dopo. Tra i nomi più in vista figura di nuovo Toni Negri, assieme a Franco Piperno e Oreste Scalzone.

L’imputazione è di aver costituito e di dirigere “un’associazione denominata Brigate rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e di mutare violentemente la Costituzione”.

Parte una nuova ondata di violenze. Già il giorno 30 in tutto il Veneto si registrano 29 attentati, 17 dei quali nel Padovano. C’è una replica il 3 dicembre, tra Padova, Vicenza e Rovigo, con impiego di molotov, e con una serie di azioni stradali che vedono coinvolti oltre 200 esponenti dei Cpv.

L’offensiva si colora anche di nero: fa rumore l’assalto condotto da un commando di sette persone il 30 marzo 1980 al distretto militare di Padova, a due passi dalla basilica del Santo: gli incursori si impossessano delle armi e feriscono il sergente Gabriele Sisto, sparandogli a una gamba. Del commando fanno parte nomi di primo piano del terrorismo nero dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari.

Sono Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini; i primi due verranno condannati come esecutori materiali della strage della stazione di Bologna, compiuta il 2 agosto successivo. Li ritroviamo con lo stesso Cavallini circa un anno dopo, la sera del 5 febbraio 1981 ancora a Padova, sul lungargine Scaricatore, assieme al fratello di Giusva, Cristiano, e a Fiorenzo Trincanato: in uno scontro a fuoco con i carabinieri, vengono uccisi i militi Enea Codotto, 25 anni, e Luigi Maronese, 23. Ferito alle gambe, Giusva Fioravanti verrà arrestato poco dopo.

Sull’opposto versante, anche le Br proseguono la loro personale guerra, di nuovo puntando sul Veneto. Dove colpiscono due volte, nei primi mesi del 1980. Il 29 gennaio, alle 7.30, Sergio Gori, vice direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, viene ucciso da due killer mentre esce di casa per andare al lavoro.

Pochi mesi dopo la stessa sorte tocca ad Alfredo Albanese, capo della sezione antiterrorismo della questura veneziana, che ha svolto le indagini sull’assassinio di Gori: viene freddato la mattina del 12 maggio da un commando brigatista poco lontano dalla sua abitazione.

Un anno dopo, il 20 maggio 1981, la terza vittima: Giuseppe Taliercio, ingegnere, direttore del Petrolchimico. Rapito da quattro terroristi, viene fatto ritrovare 46 giorni dopo privo di vita, di fronte allo stesso stabilimento, rinchiuso nel bagagliaio di una Fiat 128, col corpo crivellato da 17 colpi. A ucciderlo è stato Antonio Savasta, all’epoca responsabile della colonna veneta delle Br.

La copertina dell'inserto sui 40 anni

LA PAROLA SCRITTA

Ferdinando Camon: narrazione e interpretazione

Mattino 40 anni. Camon: "Giornale irrinunciabile"

Al bar dove faccio colazione si trovano un giornale sportivo (la Gazzetta), un giornale nazionale e un giornale locale, il mattino.

Se un cliente può scegliere tra il giornale nazionale e il giornale locale, il più delle volte sceglie il giornale locale. Poi si ritira al suo tavolo, chiede un cappuccino, sorseggia e sfoglia. Intorno c’è sempre qualche altro cliente il quale aspetta che lui deponga il giornale, per accaparrarselo a sua volta.

Io ho già acquistato la mia mazzetta, sto al mio tavolo col mio cappuccino bollente, e guardo la scena. Mi chiedo perché quei clienti preferiscano il giornale locale al giornale nazionale, e una risposta ce l’ho: il giornale locale parla di loro, il giornale nazionale parla di altri.

C’è una farmacia qui vicino, un mese fa ha subìto una specie di rapina, un balordo insanguinato è entrato pronunciando parole sconnesse, la farmacista di nascosto ha chiamato la polizia che è piombata con la rapidità di un falco, il balordo è stato arrestato.

Sul giornale locale tutto questo c’era, sul giornale nazionale no. Il che significa: per il giornale locale tutto questo esiste, per il giornale nazionale no. Poiché tutto questo vuol dire il tuo quartiere, la gente intorno a te, e in definitiva te stesso, significa che per il giornale locale la tua vita è degna di essere messa per iscritto, per il giornale nazionale non lo merita, non ha le qualità per assurgere a vita scritta, deve restare una vita parlata, di cui non resta traccia.

Perciò alla domanda: che cosa ha significato la nascita, in quest’area d’Italia, del mattino, quarant’anni fa, e cosa significa il suo lavoro quarantennale, rispondo: hanno trasformato la “vita parlata” di questa gente in “vita scritta”, la vita di cui non resta niente in vita che resta-per-sempre.

Era così chiaro che quella vita, la vita del Veneto Euganeo, meritava di essere scritta, e non andare perduta nella tradizione orale, era così chiaro che quella vita aveva i caratteri della “grandezza” che merita la scrittura, che quando questo giornale è nato ne son nati altri due, dunque tre gruppi editoriali han fiutato contemporaneamente la necessità e l’urgenza di un mezzo d’informazione che raccontasse giorno per giorno la vita locale. Un quarto giornale esisteva già.

E dunque quest’area, da area poco rappresentata dai media, diventò un’area intasata. Di quei tre però soltanto il mattino vive ancora, e questo significherà pur qualcosa.

C’erano in questa zona energie narrative e interpretative represse, che non analizzavano e non commentavano per il popolo la Storia che accadeva, perché non c’era la sede adatta. Con la nascita e la crescita del mattino, quella sede fu il mattino.

Uno dei primi grandi direttori del mattino fu Giovanni Valentini, che venne per molti pomeriggi consecutivi a casa mia col fascicolo dei docenti universitari, e insieme lo spulciammo e studiammo chi a parer nostro poteva diventare un opinionista. Nacque così quello che Valentini chiamava il “nucleo storico” degli opinionisti.

L’impressione di Valentini (e mia) era che il Veneto fosse “vecchio”: vecchio il Pci, vecchia la Chiesa, vecchia la cultura accademica, specialmente a Lettere e a Legge, vecchia la politica.

Quindi si lavorò molto per il rinnovamento, ma anche contro il falso rinnovamento, come il terrorismo di Destra e di Sinistra, che qui aveva il suo terreno di origine.

Fu un lavoro martellante. La nostra soddisfazione era quando la stampa nazionale prendeva spunti e analisi da noi. Ma quella vecchiezza continua, perciò quello del mattino è un lavoro che deve continuare: ormai è un necessario e perenne interlocutore sociale.


Il kit del giornalismo moderno tra visori 360, cavalletti e microfoni

 

VERSO IL FUTURO

Paolo Cagnan: siamo sempre noi

La notizia come istinto: siamo sempre noi, dai dimafoni al cloud

Il condirettore Paolo Cagnan con il sindaco Sergio Giordani

Quarant’anni fa, nella storica sede di via Pellizzo, c’erano le telescriventi che a singhiozzo sputacchiavano i lanci d’agenzia. I nostri giornalisti scrivevano già sui computer (i loro colleghi erano ancora fermi alle macchine per scrivere elettriche) e usavano una specie di joystick per inviare a turno i propri articoli al cervellone centrale, dotato di una sola linea dati.

In tipografia, i poligrafici usavano quegli strani aggeggi chiamati dimafoni per registrare i pezzi che gli inviati dettavano da una cabina telefonica (un gettone costava 50 lire), mentre i loro colleghi attendevano le foto fresche da mettere in pagina - taglierino e cera fusa - dal mitico fuorisacco, ovvero la busta che arrivava con la corriera del pomeriggio; tutt’al più con il taxi, se si perdeva l’appuntamento prefissato.

In questi quarant’anni che sono davvero volati e che a voltarci indietro fanno una certa impressione, c’è stato di tutto un po’. Un avanzamento tecnologico continuo e inarrestabile, ben prima che la rivoluzione digitale – il nostro presente – desse il colpo di spugna finale a ciò che di romantico (o percepito come tale) restava di questo lavoro.

I banconi tipografici per il taglio delle foto, la posta pneumatica, i cronisti che arrivavano di corsa urlando cose incomprensibili in preda all’eccitazione o la temuta stanza del direttore, là in fondo.



A ben vedere, è stato il cinema a raccontarci così. E a noi, ammettiamolo, è piaciuto. Svuotate di ingombranti macchinari, di archivi fotografici analogici, di “cassoni” alti sino al soffitto, sostituiti oggi da un hard disk o poco più, le redazioni sono luoghi diversi ma sempre vivi, pieni di vitalità e confusione. Perché siamo sempre noi. E facciamo sempre lo stesso mestiere.

Solo che adesso c’è il cloud. Etereo. Immateriale. Invisibile. Bisogna alzare gli occhi verso il cielo, perché così ci è stato spiegato (cloud=nuvola); e scrutare quella immensità immaginando che là dentro, là dietro, là da qualche parte insomma, ci sia il nostro futuro, ivi compresa una fetta già consistente del nostro presente.

Nella nuvola ci sono i nostri dati. E lì, un po’ come certi fusti contenenti scorie nucleari sotterrati in qualche deserto, resteranno probabilmente per sempre. Se questo è il presente, se anche un semplice floppy disk è ormai diventato modernariato, pensare che il giornalismo possa sfuggire alla mutazione genetica dell’era dei Big Data appare quantomeno illusorio.

Mattino 40 anni, Massimo Russo: "Tanti auguri, ci vediamo nel 2058"



Siamo sempre noi, sì. Ma stiamo cambiando pelle. Cerchiamo notizie, e storie, esattamente come quarant’anni fa anche se, più di quanto fosse mai accaduto in passato, cerchiamo anche interpretazioni. Perché le notizie, oggigiorno, bene o male ce le hanno tutti.

La capacità di capirle, di interpretarle, ancora no.

Una volta scrivevamo solo sul giornale. Adesso produciamo contenuti che distribuiamo su più piattaforme. Sulla carta, sul sito, sui social, persino sui servizi di messaggistica che a loro volta ormai veicolano notizie e informazioni, e domani chissà cosa verrà. Siamo sempre noi, anche se non corriamo alla cabina telefonica più vicina, cercando il gettone in tasca.

Adesso facciamo dirette con i nostri telefonini corredati di mille accessori e App che li rendono veloci e versatili. Abbiamo annullato il tempo e lo spazio. Hic et nunc che torna, declinato però in una misura spesso schizofrenica.

La fretta che ti frega: è lei, oggi, la nostra maggiore nemica. Ci hanno detto che bisognava correre, correre, correre, e non importava che fossimo leoni o gazzelle. Correre per arrivare primi, per “sostenere il brand”, per fare numeri.

Adesso, imparando anche dai nostri errori, abbiamo rallentato un po’. Sappiamo che la velocità è un’arma a doppio taglio. Abbiamo imparato a fermarci a riflettere almeno un po’, prima di partire in quarta. Per distinguerci nel rumore di sottofondo, abbiamo anche riscoperto il gusto dell’approfondimento, dell’analisi, del giornalismo “vero”. Su carta e sul web, mondi diversi ma paralleli.

Siamo sempre noi, sì.
Duri a morire.
 

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