Maschili, snelle e under 38: svelato l’elisir di lunga vita delle startup

L’Università di Padova ha studiato seimila casi di startup e la loro sopravvivenza. Le più longeve sono fondate da ex dipendenti di imprese dello stesso business. L'imprenditore non è mai stato manager, spesso ha solo il diploma

PADOVA. In una regione come il Veneto dove tante grandi imprese sono nate in un garage, spesso da ex dipendenti di aziende divenute poi concorrenti, viene da chiedersi quale sia, ancor oggi, il dna che determina la sopravvivenza di una società. Specie dopo questa lunga crisi che ha spazzato via migliaia di aziende, anche apparentemente solide. Andrea Furlan, professore di management all’Università di Padova è andato a scandagliare, grazie ai database di Unioncamere Veneto e Veneto Lavoro, 6.325 imprese nate in Veneto tra il 2005 e il 2007 come ditte individuali. «L’unica forma giuridica che ci permette di analizzare un campione vero, spazzando via le false imprese, quelle sotto la mentita spoglia delle partite Iva» spiega Furlan. Quanto al triennio «è un arco di tempo – continua – che ci permette di avere sotto osservazione almeno cinque anni consolidati dall’anno di fondazione».

Si è così statisticamente definito cos’è che determina la buona e longeva sorte di un’azienda manifatturiera in Veneto.


Meglio piccole e maschili. In sintesi: una neo-impresa ha più possibilità di resistere se è fondata da un uomo, età media 35-38 anni, con precedente esperienza lavorativa di almeno sei anni in un’azienda di business similare, ma senza mai aver ricoperto posizioni dirigenziali. I profili analizzati evidenziano infatti una scarsa formazione dei soci-fondatori che hanno successo: parliamo di licenza media e superiore. Ciò che incide è poi il bassissimo numero di dipendenti (meno di tre) e, quindi, la micro-dimensione societaria.

Le start up più longeve. «Le modalità di creazione di un’impresa influenzano le prestazioni» conferma l’autore della ricerca già pubblicata sulle due maggiori riviste americane che si occupano di start up e imprenditorialità. Il caso veneto ha destato gli appetiti oltre oceano perché, qui, le aziende analizzate non sono digitali ma di meccanica pura. Questo il settore maggioritario a campione: seguono abbigliamento, lavorazione prodotti di metallo, mobili. Padova spicca come la provincia con più neo-nate imprese (21%), Belluno quella con meno iscrizioni. Parliamo di start up dove difficilmente si superano i due dipendenti (più l’imprenditore). Il che rappresenta, spesso, una scelta strategica che differenzia il Veneto dalle medie Usa ed europee (circa 8 dipendenti). Ma qui il lavoro costa e spesso l’imprenditore non ha le doti manageriali per gestire organici complessi.

«È dimostrato che più sale il numero di dipendenti e, quindi, la dimensione dell’impresa più aumenta il rischio (l’hazard rate) di cessazione. L’assenza di dipendenti, va da sé, permette anche di sopportare, nella fase iniziale, dei risultati economici deludenti» spiega Furlan.

Serve esperienza. Quanto alla figura dell’imprenditore si è scoperto che il rischio di mortalità è basso se chi crea l’impresa lo fa mettendo a buon frutto un business già conosciuto, con una media di esperienza tra i 4 e i 6 anni. Parliamo, quindi, di ex-dipendenti in imprese dello stesso settore (in gergo definita parent company), ovviamente senza clausola di non concorrenza in uscita.

L’esperienza generica quindi non paga, neanche avventurarsi in business differenti.

La carta d’identità del fondatore. Il 70% dei nuovi imprenditori è maschio: le donne manifestano ben il 10% in più di cessazioni a cinque anni dall’avvio. L’età media è 35-38 anni, l’istruzione bassa (ma questo dato non incide sulle performance): solo il 2,5% ha la laurea e ben il 55% ha la licenza media. I nuovi capitani d’impresa, di norma, non hanno mai avuto nella parent company posizioni dirigenziali. Il reddito medio dichiarato nell’anno pre-avvio è di 12 mila euro. Il 35% del campione analizzato è straniero, di questo circa il 70% cinese ma qui l’incidenza delle cessazioni è più alta del 22% rispetto gli italiani.

Resta un’ultima evidenza da segnalare: le start up generate da dipendenti che se ne vanno da aziende sane si sono dimostrate più performanti in termini di sopravvivenza, perché hanno riprodotto routine e processi già rivelatisi di successo e di qualità. Laddove il business model non funzionava prima, non funziona neanche altrove.

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