Startup vincenti, il segreto è l’incubatore

Al T2I di Rovigo come allo Start Cube di Padova l’assistenza agli inventori trasforma buone idee in imprese di successo

PADOVA. Non basta una buona idea per fare soldi. E non è sufficiente neppure realizzarla. Si può essere geniali inventori ma pessimi commercianti. Oppure, ancora, si può pagare a caro prezzo la scarsa dimestichezza con burocrazia e regole fiscali. Per questo c’è sempre più bisogno di incubatori di startup e di professionisti in grado di selezionare, assistere e procurare finanziamenti ai geniali inventori di tecnologia. Il caso dello Start Cube, l’incubatore dell’università di Padova - figlio di un progetto congiunto con la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo - è noto da tempo. Negli anni ha preso in carico oltre 500 idee, 70 le ha “incubate” e accompagnate sul mercato, a 26 si sta dedicando adesso. E l’indice di mortalità delle startup, alla prova del mercato, si dimostra bassissimo, appena l’8% contro l’80% della media mondiale. Ma sono ottimi anche i numeri di T2I, l’incubatore certificato del Censer di Rovigo, che lavora in sinergia con il Parco Galileo e che offre casa a 25 imprese innovative (erano 11 l’anno scorso). Tutte insieme, queste startup danno lavoro a cento persone, tra dipendenti e collaboratori. Le migliori fatturano già oltre un milione di euro, nonostante la giovane età. Tra loro ci sono le cinque che ieri sono state presentate al convegno “Incubazione d’impresa: nascita e valorizzazione delle startup innovative”, che si è tenuto nella sede della Fondazione Cariparo.

«Il segreto è costruire una filiera, selezionare le imprese e guidarle verso il finanziamento con un network di “business angels”», spiega Roberto Santolamazza, direttore di T2I. «Il problema è quasi sempre finanziario. Ma se dal basso spingiamo per una crescita dentro gli incubatori, i numeri ci ripagano con crescite a doppia cifra».


«A monte ci sono accordi con fondi di investimento come Vertis, che mette a disposizione 40 milioni e che si occupa proprio di investire in Pmi», aggiunge Emiliano Fabris, direttore di Galileo Visionary District. «Noi ci prendiamo carico delle startup facendo un accurato lavoro di selezione, le accompagniamo fino a quando non sono pronte per il mercato - tre anni è un tempo ragionevole - e in questo modo evitiamo anche che loro possano farsi male».

Per una giovane impresa innovativa, la differenza che passa tra affidarsi a un incubatore e lanciarsi da sola nel mercato è più o meno quella che c’è per uno sportivo che si allena da solo e uno che si affida a cinque specialisti. Più la startup è tecnologica - e formata da tecnici specializzati - più l’impatto con il mercato può rivelarsi complicato. La ricerca e lo sviluppo, inoltre, richiedono fondi, perciò accesso ai bandi, condizioni fiscali favorevoli, banche disposte a crederci e assistenza burocratica. Tutto questo viene fatto dall’incubatore. Non a caso le richieste di assistenza si moltiplicano. Al T2I nel 2017 sono arrivate 104 candidature, a 47 neo imprenditori è stata data assistenza e a 10 nuove imprese sono stati dati 240 mila euro. I risultati sono positivi: sia quelli diretti, intesi come crescita delle imprese; sia quelli indiretti, perché le startup non vivono di vita propria, ma si applicano a processi produttivi di imprese consolidate, anche del manifatturiero, rendendole più competitive. «La sfida, semmai, è quella di aprire le imprese tradizionali all’apporto delle startup», spiega ancora Santolamazza. «Il Veneto è abbastanza innovativo, ma c’è ancora una certa resistenza all’innovazione nelle imprese».

Le cinque idee startup messe in vetrina ieri sono esempi straordinari di innovazione. C’è l’Agri Sharing di Massimo Morbiato, già founder di Ez Lab, che promette di ottimizzare l’uso di mezzi meccanici e attrezzature grazie alla condivisione: c’è il Pop Lab che studia nuovi materiali da costruzione; c’è Tyche3 che propone stili, materiali e idee innovative per mezzi di locomozione, dalle auto agli aerei; c’è Jotto che ha inventato un termostato connesso con bluetooth; c’è Redhat che produce un dispositivo modulabile per riscaldare ambienti interni ed esterni. Idee geniali, certo, ma che hanno trovato l’ambiente giusto per crescere. E che dopo pochi mesi ripagano tutti dell’investimento iniziale.

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