Patto tra clan e artigiani Obiettivo, frodare il fisco

Nuovi retroscena dall’inchiesta sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel Padovano Primi interrogatori: oggi davanti al gip Fino il direttore della Bpv ai domiciliari

Fatture scontate dai fidati bancari della filiale Bpv di Busa di Vigonza per creare liquidità da investire nel traffico di droga. Ma anche per “aiutare” alcuni piccoli imprenditori a frodare il fisco. Quel meccanismo di false fatturazioni destinate a generare provviste faceva comodo ai calabresi e pure ai titolari di ditte del territorio. Ecco perché il patto tra cosche da una parte (guidate dalla diarchia Antonio Bartucca e Giovanni Spadafora della ’ndrina di San Giovanni in Fiore alleata, nel Nordest, con il clan Giardino che ha quartier generale nel Veronese) e tessuto economico locale è filato via liscio per anni, a partire dal 2010, fino al blitz della Dia coordinata dal pm padovano Benedetto Roberti.

E l’osmosi tra criminalità organizzata e rete economica del territorio si è tradotta in un patto silenzioso, benedetto dalla disponibilità di alcuni operatori del sistema-banche. Così la contabilità finale dell’operazione “Fiore reciso” non si ferma ai 7 spediti in carcere e ai 9 finiti agli arresti domiciliari (tra cui il direttore e un impiegato della filiale Bpv di Busa). Nell’elenco (noto) di chi si è sporcato le mani – almeno stando all’attuale risultato investigativo – ci sono tre piccoli operatori economici nella veste di indagati per il reato di dichiarazione fraudolenta attraverso l’uso di fatture per operazioni inesistenti: Tiziano Gardin, 45enne di Vigonza titolare di una ditta individuale; Gentjan Bilani, 40enne di origine albanese residente a Camisano Vicentino e legale rappresentante della srl “Il tetto Costruzioni”; Andrea Garbin, 55enne di Vicenza, legale rappresentante della G.A. Immobiliare. Tutti avevano la necessità di ridurre i costi e far figurare un abbattimento dei ricavi. Tiziano Gardin ammette: «Mi trovai in difficoltà e chiesi a Bartucca se mi faceva fatture per operazioni inesistenti. Come da accordi, ogni volta che riceveva la somma bonificata, mi restituiva, in contanti, il valore pari all’imponibile della fattura e tratteneva la quota pari all’Iva». Solo i lavori indicati nelle fatture di Andrea Garbin risultano effettivamente eseguiti. Ma si tratta di fatture gonfiate «da ritenersi false al pari di quelle emesse per operazioni inesistenti» scrive il gip Mariella Fino nell’ordinanza che contesta ai protagonisti dell’inchiesta (a vario titolo) l’associazione a delinquere per l’emissione di fatture false, la compravendita di droga, il riciclaggio e l’autoriciclaggio.


Ieri interrogato dal gip veneziano Roberta Marchiori (per rogatoria) Domenico Sottile detto Mimmo, 41 anni, calabrese di Spinea, in cella nel carcere lagunare per l’acquisto di marijuana e hashish custodite e confezionate nel capannone di Bartucca in zona industriale a Vigonza. «Era per uso terapeutico», la giustificazione. È affetto da una grave malattia e i difensori hanno presentato istanza di attenuazione della misura ritenendo la sua condizione incompatibile con il regime carcerario. Interrogatorio di garanzia anche per Domenico Carbone, 40enne di Catanzaro con residenza a Fiesso, detenuto a Venezia. L’indagato avrebbe ammesso il suo coinvolgimento limitatamente a un episodio, ma solo «per fare un favore a un albanese».

Oggi faccia a faccia a Padova tra il gip Fino e sei indagati (tra loro il ragioniere Lorenzo Ceoldo, i bancari Federico Zambrini, che dirigeva la filiale Bpv di Vigonza, e Roberto Longone). Altri indagati saranno interrogati per rogatoria, come il boss Antonio Giardino, ai domiciliari a Verona per motivi di salute.

Cristina Genesin

Rubina Bon

Vellutata di asparagi al latte di cocco

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi