Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Campo San Martino, l’oro di sassi del Brenta sopra la città dei morti

I Breda li scavarono fin dal ’700, poi costruirono locomotive

CAMPO SAN MARTINO. Ai margini della cultura ufficiale, dei documenti dettagliati, della storia scritta, c’è una sorta di biblioteca popolare che si trasmette solo a voce, ma che a volte dice molto più di tanti libri.

Lo sapevano bene, almeno fino a un secolo fa, quelli di Campo San Martino, che chiamavano “campo dei morti” una zona centrale del paese, dove oggi sorge il municipio. Morti eccellenti, bisogna dire: una serie di scavi compiuti proprio nell’Ottocento hanno portato infatti alla luc ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti con meter e loggati

Paywall per contenuti senza meter

CAMPO SAN MARTINO. Ai margini della cultura ufficiale, dei documenti dettagliati, della storia scritta, c’è una sorta di biblioteca popolare che si trasmette solo a voce, ma che a volte dice molto più di tanti libri.

Lo sapevano bene, almeno fino a un secolo fa, quelli di Campo San Martino, che chiamavano “campo dei morti” una zona centrale del paese, dove oggi sorge il municipio. Morti eccellenti, bisogna dire: una serie di scavi compiuti proprio nell’Ottocento hanno portato infatti alla luce urne cinerarie, mattoni e cocci di terracotta, retrodatando così le origini del luogo all’epoca romana.

Un paese, una storia: Campo San Martino


Non c’è da meravigliarsene, d’altra parte: basta guardare alla collocazione geografica dell’abitato, posto tra il fiume Brenta e la strada Valsugana, entrambe infrastrutture di importanza strategica già due millenni fa.

Una posizione-chiave, dunque, rimasta intatta nei secoli, compreso il tormentato periodo del Medioevo: dove proprio in corrispondenza del paese esisteva un traghetto sul Brenta, utilizzato per il passaggio di uomini e merci tra l’area di Camposampiero e quella di Piazzola, quest’ultima feudo in epoca medioevale della famiglia Del Dente, per poi passare alla dinasty veneziana dei Contarini.

Resta comunque, come per quasi tutte le località del Padovano, un ampio buco nero nella seconda metà del primo millennio dopo Cristo, quando le invasioni barbariche distruggono o comunque mettono in ginocchio le varie comunità insediate nel territorio.

Per Campo San Martino, le prime tracce ufficiali della rinascita si collocano nel primo secolo del secondo millennio: per il centro principale c’è un documento del 1130 riferito alla chiesa parrocchiale, e che include anche l’attuale frazione di Marsango; storia a sé, e un po’ più retrodatata, fa l’altra frazione di Busiago, citata in una bolla papale del 1091: si tratta di un’area appartenente ai vescovi di Padova, e pure un’area di pregio includendo una vasta superficie a bosco, all’epoca una piccola cassaforte da monetizzare in caso di necessità.

Anche Marsango si stacca presto dalla casa-madre: sul finire del Duecento, quando Padova viene presa in mano dai Carraresi, il paese è costituito in comune autonomo assieme al piccolo centro di Marsanghello, mentre una bolla papale di pochi anni dopo la fa dipendere come parrocchia dalla chiesa arcipretale di Curtarolo.

Busiago per contro conosce un destino più laico: fortificata con un castello, viene data in feudo già nel 1278 alla famiglia Mussato, i cui eredi rimangono proprietari del paese fino agli inizi dell’Ottocento, arrivando a possedere 231 ettari di terreno, 95 dei quali coltivati a risaia. Nel Seicento vi realizzano pure una villa, con tanto di mulino, granai, magazzini, stalle e abitazioni per mezzadri e braccianti.

La parte più significativa della storia di Campo San Martino è comunque di epoca molto più recente, ed è legata soprattutto alla famiglia Breda, che a cavallo del Novecento vi costruisce a sua volta una grande villa con un parco di oltre cinque ettari.

I Breda sono un’antica dinastia padovana originaria di Limena, che già ai tempi della Serenissima ottiene una concessione per l’escavazione di ghiaia e sabbia dal letto del Brenta; sia l’Austria ai tempi del Lombardo-Veneto, sia il neonato Regno d’Italia nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, mantengono il titolo ai Breda.

L’aggancio stabile con Campo San Martino dal punto di vista imprenditoriale ha una data precisa: l’11 gennaio 1846 Felice Luigi Breda, appena diciannovenne, apre proprio in paese un’attività stabile di escavazione, anziché continuare ad attingere da vari punti del fiume fino a Limena come la famiglia ha fatto fino ad allora.

Il giovane è di quelli che oggi definiremmo un leader, e oltre che di economia si occupa di politica: nel 1861 è deputato del Lombardo-Veneto sotto l’Austria; nel 1867, un anno dopo il passaggio del Veneto col Regno d’Italia, diventa sindaco e mantiene la carica fino alla morte, avvenuta nel 1895.

Da amministratore, si rivela altrettanto valido che da imprenditore, facendo realizzare una serie di opere pubbliche, tra cui il municipio, le scuole e una moderna rete stradale. Da imprenditore, Breda non si limita all’escavazione: apre una filanda, che rimarrà in funzione fino al 1910.

Il nome e la tradizione di famiglia sono portate avanti, sia pure su un piano diverso, dal suo secondogenito Ernesto, subito attratto dal ramo ferroviario (industria all’epoca nascente) in cui si è gettato da tempo a capofitto un suo illustre cugino, Vincenzo Stefano Breda, presidente della padovana Società Veneta per imprese e costruzioni pubbliche: ad essa si devono, tra le altre, le linee ferroviarie Padova-Camposampiero-Cittadella-Bassano nel 1875, e la Vicenza-Cittadella-Treviso nell’anno successivo.

Dopo un tirocinio nell’azienda del parente, Ernesto si mette in proprio e rilevando un’azienda milanese decotta la riconverte nella produzione di locomotive e materiale rotabile ferroviario. Una tradizione arrivata praticamente fino ai nostri giorni: alla Breda si deve la realizzazione di elettrotreni come il Settebello e l’Arlecchino, progenitori delle attuali Freccebianche e Freccerosse.

Come il padre, trova il tempo per l’impegno politico: dal 1899 al 1903 è sindaco di Campo San Martino, e rimane poi come consigliere comunale fino alla morte.

Per il resto, c’è da dire che il paese ha mantenuto a lungo una particolare tradizione nella fabbricazione di scope, saggine e spazzole; dagli anni Settanta, la sua economia si è agganciata alla locomotiva del celebrato modello Nordest, vedendo sorgere aziende molte delle quali con una forte vocazione all’export, specie nei settori della metalmeccanica, della refrigerazione commerciale e dell’agroalimentare, mentre sono cresciute anche solide attività commerciali.

A testimonianza di un Dna antico, di cui il Brenta che continua a scorrere imperturbabile rappresenta l’anello di congiunzione tra passato e presente.

(17, continua)