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Bovolenta, via d’acqua dal mare a Padova

Alla confluenza tra Bacchiglione e canale artificiale, i Carraresi edificarono un castello espugnato da Venezia prima di essere distrutto dagli Spagnoli

BOVOLENTA. Fai una strada, e intorno fa presto a nascere qualcosa: perché uomini e merci non si limitano a passarci; ogni tanto hanno bisogno di fermarsi, di riposare, di consumare, di comunicare. Bovolenta deve la sua nascita a un utilitaristico ma utilissimo disegno di politica dei trasporti elaborato dallo staff di Claudio, imperatore romano del I secolo dopo Cristo.

Un paese, una storia: Bovolenta

A ridosso dell’Adriatico, all’epoca, c’è già un’arteria di largo scorrimento, la via Popilia; ma all’interno c’è Pata ...

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BOVOLENTA. Fai una strada, e intorno fa presto a nascere qualcosa: perché uomini e merci non si limitano a passarci; ogni tanto hanno bisogno di fermarsi, di riposare, di consumare, di comunicare. Bovolenta deve la sua nascita a un utilitaristico ma utilissimo disegno di politica dei trasporti elaborato dallo staff di Claudio, imperatore romano del I secolo dopo Cristo.

Un paese, una storia: Bovolenta

A ridosso dell’Adriatico, all’epoca, c’è già un’arteria di largo scorrimento, la via Popilia; ma all’interno c’è Patavium, città già fiorente all’epoca di Augusto, e che con Claudio conosce un nuovo impulso demografico. Ciò significa che ha bisogno di beni di consumo, dunque di un’infrastruttura che assicuri rapidi collegamenti tra la litoranea e l’entroterra.

La zona, per dire il vero, è malmessa assai, invasa com’è da paludi e acquitrini; ma Roma ha ottimi ingegneri, e l’imperatore dispone un’ampia bonifica, che libera spazi sui quali si può tracciare una vera e propria linea retta che conduce dritta a Patavium.

È nel punto da cui parte che viene prendendo corpo l’abitato di Bovolenta, dotato di tutti i comfort che i romani sono abituati a garantire e a garantirsi: lo provano i resti di un acquedotto oggi conservati nel giardino antistante la scuola elementare.

Il nome, invece, compare per la prima volta in un documento del 1027 che registra una donazione di terreni tra cui alcuni in località Bovolenta da parte di uno dei vari antenati dei Carraresi che regneranno su Padova nel Trecento: Litolfo da Carrara ne fa omaggio all’abbazia di Carrara Santo Stefano, paese originario del suo ceppo.

Quanto al significato del nome, sembra derivi da “bovo”, termine con il quale si indicava il vortice formato dalle acque di due canali nell’incrociarsi. Il “lenta” che sta nella seconda parte della denominazione del paese starebbe a indicare che quel vortice era stato in qualche modo regolamentato, e quindi frenato, da opere idrauliche.

Comunque Bovolenta diventa importante quasi subito: lo testimonia la promozione a pieve (realtà religiosa e amministrativa di primo piano in quei tempi) di una chiesa dedicata a Sant’Agostino nel 1090; l’allora vescovo di Padova, Milone, ne sottolinea ancor più il ruolo e l’importanza concedendo all’arciprete e ai sacerdoti che vi operano la rendita delle decime del territorio dell’intero paese. E quando, nel 1141, un violento incendio distrugge il sacro edificio, si procede subito alla ricostruzione, con il vescovo San Bellino che conferma la dotazione delle prebende.

Più o meno parallelo è lo sviluppo delle due frazioni di Fossaragna e Brusadure. La prima ha un’etichetta visibilmente romana, “Fossa Arauni”, e viene citata in un atto di donazione sottoscritto il 21 agosto 1169 da Albertino da Baone in favore di un monastero di Candiana intitolato a San Michele.

Il toponimo della seconda sta probabilmente a indicare una fascia di terra bruciata dall’uomo per consentirne l’uso coltivabile distruggendo la precedente superficie boschiva; anche qui le prime notizie sono legate a un elemento religioso, la presenza in zona di un monastero intitolato a Santa Maria di Trexone.

Sta di fatto che Bovolenta già alla fine del Duecento ha una sua dimensione sia demografica che economica di un certo peso; la sua importanza è testimoniata anche dall’esistenza di un castello fatto erigere dai Carraresi, e “ben munito”, come testimonia un cronista dell’epoca. Ma questa dotazione non gli basta a evitare la distruzione durante gli aspri scontri tra Carraresi e veneziani: questi ultimi lo radono al suolo nel 1388, i loro avversari lo fanno ricostruire tale e quale.

Ma sono già nella fase del declino, e non ci sono mura per quanto solide che possano resistere all’“auri sacra fames”, la smodata voglia di denaro. Quando le milizie della Serenissima, anni dopo, si ripresentano sotto le mura della fortezza, quest’ultima risulta essere stata affidata dai Carraresi a un tizio del posto; il quale, prendendo atto dell’ormai irreversibile declino del vecchio padrone, si mette d’accordo con il nuovo realizzando una fruttuosa operazione immobiliare: la Serenissima gli versa per il complesso 4mila ducati che lui intasca.

I nuovi titolari, avendo comunque chiuso a proprio vantaggio la guerra con i padovani, decidono di riciclare il castello cambiandone la destinazione d’uso da scopi bellici a fini commerciali, anche perché è situato proprio a ridosso di un canale navigabile: l’edificio diventa un capiente e funzionale magazzino per stoccaggio e smistamento di derrate agricole e merci di vario tipo, destinate a raggiungere in una fase successiva i mercati veneziani. Marin Sanudo, che lo visita nel 1483, ne fa una descrizione entusiastica.

Ma il destino di quelle mura è evidentemente infausto, perché il 17 settembre 1513, in piena guerra tra la Serenissima e la Lega di Cambrai, le truppe spagnole dell’imperatore Massimiliano mettono a ferro e fuoco il paese, castello compreso, requisendo per giunta ai malcapitati abitanti 50 imbarcazioni, 200 carri di frumento e 4mila capi di bestiame.

Non bastasse questa ripassata, qualche anno dopo, nel 1530, una violenta epidemia di peste falcidia la popolazione: per seppellire i morti si ricorre a una fossa comune lungo il canale che fiancheggia la strada per Padova, in un punto ancor oggi contrassegnato da una pesante croce di sasso.

Il legame con la malasorte si ripresenta oltre tre secoli dopo, quando nel 1882 l’intero comprensorio di Conselve, Bovolenta compresa, finisce sotto acqua a causa di una disastrosa inondazione: per l’occasione, arriva sul posto il re in persona, Umberto I.

Ma ci sono anche note positive: già nella seconda metà del Settecento un imprenditore illuminato, Domenico Carrari, ha aperto a Bovolenta un’azienda tessile di notevole importanza, che produce soprattutto lino pregiato, e la cui produzione viene venduta non solo a Padova e Venezia, ma anche negli Stati confinanti con la Serenissima, e perfino in Francia e a Malta.

L’attività cessa nell’800, ma ha fatto a tempo a germinare in zona un patrimonio di conoscenze e professionalità destinato ad espandersi in tutta l’area compresa tra Monselice e Piove di Sacco: una sorta di anticipazione, in piccolo, del miracolo Nordest.