Rifiuti criminali: sei arresti per traffico di fanghi tossici in Veneto

Il sopralluogo dei carabinieri nell'impianto della Coimpo

I veleni nei campi, un milione di profitti l’anno, sequestrata l’azienda Coimpo di Adria

VENEZIA. Quando a Ca’ Emo, un paese di 600 anime incistato nella pianura tra Adria e Rovigo, hanno visto aggirarsi le auto dei carabinieri del Gruppo Forestale di Rovigo, tutti hanno colto al volo cosa stava succedendo. Gli arresti dei vertici della Coimpo srl per traffico illecito organizzato di rifiuti - avvenuti domenica - erano una notizia attesa. Almeno dal settembre 2016 quando Gianni Pagnin, di Noventa Padovana, amministratore delegato della Coimpo - ditta specializzata nel trattamento di fanghi destinati ad utilizzo agricolo - era finito ai domiciliari in seguito all’inchiesta della procura antimafia fiorentina che lo accusava di aver sparso senza autorizzazione fanghi civili e industriali a partire dal 2013 su circa 800 ettari tra Pisa e Firenze.

La sede della Coimpo


Accuse simili, ora, hanno condotto in carcere Pagnin insieme al socio polesano Mauro Luise, mentre agli arresti domiciliari sono finite le figlie dei predetti Alessia Pagnin e Glenda Luise, entrambe nel consiglio d’amministrazione della Coimpo, Rossano Stocco della Agribiofert (ditta gemella della Coimpo) e Mario Crepaldi, dipendente della Coimpo ritenuto il factotum dell’impianto. Si tratta dell’operazione “Nemesi”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia che ha richiesto e ottenuto dal gip del tribunale lagunare le misure cautelari e i seguestri preventivi. Svariati gli indagati a piede libero e i capi d’imputazione: oggi stesso avranno inizio gli interrogatori di garanzia.



Ma quali sono i fatti incriminati? Secondo la Dda, i rifiuti che giungevano nell’impianto «non venivano scaricati nelle preposte aree di stoccaggio per essere avviati alle lavorazioni bensì venivano riversati direttamente all’interno delle vasche destinate a contenere i fanghi già lavorati; da qui i fanghi venivano subito prelevati ed avviati allo spandimento sui terreni agricoli. In buona sostanza i rifiuti che entravano nell’impianto uscivano tal quali senza aver subito le operazioni di trattamento previste dalle norme di settore e dalle autorizzazioni emanate dalla Provincia di Rovigo». I rifiuti in questione venivano sparsi sui terreni agricoli quali ammendanti a cura della Agribiofert, la società di Stocco, braccio destro di Pagnin. La magistratura, inoltre, ha disposto il sequestro dello stabilimento della Coimpo; di 280 ettari di terreni agricoli ubicati nei comuni di Adria e Pettorazza Grimani (Rovigo) utilizzati per lo smaltimento di enormi quantità di questi fanghi che solo sulla carta avevano subìto il processo di trattamento ai fini di un loro corretto recupero; di 9 mezzi di trasporto della Coimpo e di altri 57 di proprietà di undici imprese diverse ma tutti utilizzati per il trasporto illegale.

La Coimpo aveva fame di spazi dove sversare i fanghi. Da documenti da noi visionati risulta che negli anni ha affittato 144 ettari di terreni, coltivati a mais e grano, tra Adria e Papozze. Secondo diverse testimonianze accadeva anche che venissero offerti gratuitamente agli agricoltori e riversati nei campi a cura della stessa ditta. Circa la natura dei fanghi abbiamo notizie dai documenti dell’inchiesta toscana che parla di un elevato valore di idrocarburi pari a 12,290 mg/kg. Le analisi effettuate evidenziavano il superamento dei valori limite relativamente alle concentrazioni di metalli pesanti quali zinco, cadmio, e rame e degli idrocarburi, cosicché, secondo il parere del consulente tecnico del pm, i fanghi destinati in agricoltura e provenienti da impianti di depurazione della Coimpo «non potevano essere classificati come non pericolosi ed il codice che perciò gli competeva doveva essere quello del rifiuto pericoloso».

Di idrocarburi ne troviamo anche nei campi polesani; come scrive, prudentemente, la Dda: «l’eccessiva distribuzione di tali sostanze reiterata nel tempo rappresenta probabilmente anche la causa della presenza nei terreni di sostante contaminanti, quali gli idrocarburi pesanti, i Pcb e lo zinco». Una pratica che andava avanti da tempo: un’analisi eseguita dal Corpo forestale dello stato nel 2011, su richiesta dell’amministrazione di San Martino di Venezze, registrava una quantità superiore al consentito di «correttivo calcico». Il “fertilizzante” proveniente dalla Coimpo veniva trasportato e «subito interrato da mezzi agricoli e carro-botti muniti di interratore», scrivevano allora gli agenti; oltre 25mila quintali di sostanze nel giro di una settimana sono state sparse (ed interrate ad almeno 40 centimetri di profondità) nell’area oggetto dell’analisi : «Un così ingente impiego non risulta giustificato da alcun studio approfondito sulle caratteristiche del terreno», osservano gli investigatori. Come dire: i campi del Polesine trattati come un vasta discarica. Né il profitto era di poco conto: «La motivazione dei comportamenti illeciti si individua nell’ingiusto profitto (circa un milione di euro all’anno) che i proprietari delle due aziende ottenevano risparmiando sulle lavorazioni interne e riducendo al massimo i costi legati al trasporto dei fanghi», affermano gli inquirenti. I terreni di cui parliamo erano destinati alla produzione alimentare e Gianfranco Munari, colonnello del Gruppo forestale anima dell’inchiesta, l’aveva precisato a suo tempo alla commissione parlamentare d’inchiesta: «La cosa è importante perché quello che produce quel terreno finisce sulle nostre tavole, non dopo anni, ma dopo qualche mese. E ciò deve essere preso molto seriamente in considerazione».
 

Tartellette di frolla ai ceci con kiwi, avocado e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi