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Baone, l’eredità dei Maltraversi contesa per tutto il Medioevo

Abitata fin dall’ottavo secolo avanti Cristo e poi colonizzata dai romani ai piedi dei Colli una terra ricca che Alberto da Baone seppe mettere a frutto

BAONE. È che una volta non c’erano i mass media; ma i mitici imprenditori del Nordest, a ben vedere, sono sempre esistiti.

Prendete Alberto da Baone, vissuto nel dodicesimo secolo: a rivisitarne il percorso, sembra il prototipo di quegli uomini d’affari che oggi viaggiano all’estero come se fossero a casa loro, mettono su un business planetario, e soprattutto non si fermano mai. Leggere per credere.

Un paese, una storia: Baone

È il 1077 quando la sua famiglia riceve in dono un ameno paesino (all’epoca non si badav ...

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BAONE. È che una volta non c’erano i mass media; ma i mitici imprenditori del Nordest, a ben vedere, sono sempre esistiti.

Prendete Alberto da Baone, vissuto nel dodicesimo secolo: a rivisitarne il percorso, sembra il prototipo di quegli uomini d’affari che oggi viaggiano all’estero come se fossero a casa loro, mettono su un business planetario, e soprattutto non si fermano mai. Leggere per credere.

Un paese, una storia: Baone

È il 1077 quando la sua famiglia riceve in dono un ameno paesino (all’epoca non si badava a spese, se c’era da fare un regalo si pensava in grande) dei Colli Euganei dal principe Azzo I, marchese d’Este; il quale a sua volta l’ha ottenuto come feudo dal vescovo di Padova, ma è talmente ricco e affaccendato di suo (si tratta del capostipite di quel casato degli Estensi che regnerà a lungo su Ferrara, Modena e Reggio Emilia), da potersi permettere di fare bella figura, peraltro gratis, girando a sua volta quel territorio ad altri, come si fa oggi riciclando i regali di Natale ingombranti.

A beneficiarne è la famiglia padovana dei conti Maltraversi. Il cui rampollo Alberto, nel secolo successivo, fiutando l’affare decide di cambiare tutto ma proprio tutto, a partire dal cognome: all’epoca non c’è bisogno di fare ingombranti ed estenuanti pratiche con l’ufficio anagrafe, basta muoversi. Ed Alberto abbandona l’identità Maltraversi per darsene una legata al nome del posto: Baone, per l’appunto.

Ma non si ferma qui, naturalmente: vuole dare la propria impronta al luogo, e dopo aver fatto disboscare la zona si cimenta come imprenditore agricolo nel comparto vitivinicolo, considerando le caratteristiche ambientali uniche. Certo, deve partire da zero. Così dalla vicina Schiavonia (la costa Dalmata) si fa arrivare dei vigneti, ponendo di fatto la prima pietra di quella produzione che oggi rappresenta un legittimo vanto dei Colli Euganei. A favorire un rapido ritorno dell’investimento per l’intraprendente Alberto c’è un microclima tale da consentire anche la coltivazione dell’ulivo.

Baone, di suo, ha già alle spalle una lunga e non insignificante storia, sulla quale hanno ovviamente influito le caratteristiche ambientali. Ci sono così tracce di insediamenti che risalgono all’ottavo secolo avanti Cristo, consistenti in gruppi di capanne che testimoniano della presenza di un primo nucleo abitato; sono stati anche rinvenuti i resti di un tempio pagano di consistenti dimensioni, e di epoca successiva.

Ma ovviamente l’eredità più consistente è quella dei romani, d’altra parte presenti nell’intero bacino collinare euganeo: basta una visita al Museo Atestino di Este per cogliere la quantità e la qualità di questa impronta.

Dopo la luce spenta dei secoli segnati dalle invasioni barbariche, la rinascita promossa da Alberto da Baone finisce per cozzare contro un tipo tosto come Ezzelino da Romano, che nel Duecento a colpi di battaglie si costruisce un puzzle territoriale che va da Vicenza a Bassano, da Treviso a Padova.

Quell’isola felice sui Colli non può non attirarlo: nel 1294 provvede a prendersi pure quella. Ma anche il suo dominio è una meteora, e quando viene tolto di mezzo per Baone inizia una stagione caratterizzata dal regime comunale, affidato per la sua conduzione all’assemblea dei capifamiglia.

Il punto naturale di riferimento, come in tutte le realtà dell’epoca, è la pieve: in questo caso quella di San Fidenzio, collocata in cima al colle. Più tardi, per comodità, viene eretta una chiesa in pianura, dedicata a San Lorenzo, che dal 1522 diviene parrocchiale a tutti gli effetti.

Per secoli, Baone rimane una realtà a se stante, separata dalle attuali frazioni di Valle San Giorgio e Calaone. L’agricoltura rappresenta la risorsa pressoché esclusiva, e solo nell’Ottocento il lavoro nelle fornaci e nelle cave comincia ad offrire una qualche alternativa.

D’altra parte, la natura è stata generosa con la zona: se in pianura si coltivano il frumento, il granoturco, le uve e i foraggi, la collina dà ancora uva, oltre a olive, castagne e preziosa legna da ardere.

A fine Settecento, una sorta di censimento segnala la presenza in paese di “circa 280 persone industriose, quasi tutte lavoranti di campagna”; le uniche eccezioni sono rappresentate da un negoziante, un fabbro e un ciabattino; il quale ultimo non tiene neppure bottega, ed esercita con un banchetto sistemato nell’incavo di una colossale quercia (si dice che la circonferenza del tronco misurasse addirittura 13 metri), abbattuta nel 1849: pare avesse circa trecento anni.

Quando in Veneto arrivano gli austriaci, nella parte meridionale della regione, Colli Euganei compresi, si sviluppa il brigantaggio, che trova rifugio tra l’altro proprio nell’area collinare, ad esempio sul Monte Cinto, dove oggi un sentiero conduce alla “busa dei briganti”.

Contro il fenomeno viene condotta una spietata repressione affidata per la zona ad una Commissione militare insediata ad Este: un vero e proprio tribunale detto anche Giudizio Statario, che in soli quattro anni, tra il 1850 e il 1854, processa oltre mille persone, facendone fucilare 414.

L’unione del Veneto all’Italia non cambia né l’impronta del paese né le modalità di vita dei suoi abitanti. Nel Novecento, a rompere l’uniformità dei giorni e delle stagioni arriva la visita di Benito Mussolini: il 10 ottobre 1940 il Duce, dopo aver passato in rassegna i battaglioni della Gioventù Italiana del Littorio schierati a Padova in Prato della Valle, raggiunge Baone per assistere dall’alto del monte Cecilia, in località Moschine, allo svolgimento di una “manovra a fuoco” dei volontari dello stesso Littorio; nella piazza del paese, tra le altre cose, è stato allestito un palco dove sistemare le “madri prolifiche” da esibire all’illustre ospite per testimoniargli l’adesione alla sua campagna demografica.

C’è infine da segnalare che con l’unità d’Italia la realtà amministrativa si estende a includere Valle San Giorgio e Calaone nel territorio comunale. E di Calaone c’è da ricordare la presenza di antichissima data di una risorsa termale sfruttata fino alla prima guerra mondiale, poi abbandonata a se stessa malgrado vari progetti di recupero. Troppa grazia…

(9, continua)