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Omicidio Noventa, le motivazioni della sentenza: «Manuela Cacco, complice ma credibile»

Ecco un’anticipazione: contraddittori gli alibi forniti dai fratelli Freddy e Debora Sorgato, condannati a trent’anni

di Cristina Genesin
2 minuti di lettura

PADOVA. Una «ricostruzione coerente» quella fornita da Manuela Cacco, la tabaccaia veneziana di Camponogara coimputata ma anche - di fatto - testimone d’accusa. Una ricostruzione senza sbavature, logica e non contraddittoria che, sommata a una valanga di indizi verificati e riscontrati nel corso dell’inchiesta, ha portato il giudice alla formazione di un convincimento al di là di ogni ragionevole dubbio. Il convincimento della piena responsabilità penale degli imputati nell’assassinio di Isabella Noventa, la segretaria di Albignasego uccisa la notte fra il 15 e il 16 gennaio 2016, il cui corpo non è mai stato trovato.

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Ecco perché i fratelli Freddy e Debora Sorgato sono stati condannati a 30 anni di carcere per il reato di omicidio aggravato dalla premeditazione e dalla soppressione del cadavere. Ergastolo evitato in quanto il giudice non ha ritenuto di applicare l’isolamento diurno e, nel calcolare la diminuzione per il rito abbreviato (lo sconto di un terzo), è partito dal “fine pena mai” poi ridotto a 30 anni, mentre sono stati inflitti 16 anni e 10 mesi a Cacco che, pur partecipando all’ideazione del delitto, ha collaborato con gli inquirenti.

È un’anticipazione delle motivazioni della sentenza del gup padovano Tecla Cesaro, depositate ieri sera nella cancelleria dell’Ufficio gip a un paio d’ore dalla scadenza del termine ultimo, la mezzanotte del 23 ottobre.

Processo indiziario. Si è trattato di un processo indiziario, rileva il giudice. Manca la “prova regina” del delitto, il corpo della vittima mai fatto ritrovare. Mancano le tracce di sangue di Isabella, mai accertate nella villetta dell’ex fidanzato Freddy, a Noventa Padovana in via Sabbioni, considerata “palcoscenico” del dramma. Eppure, secondo il giudice, è proprio la somma degli indizi raccolti dagli investigatori coordinati dal pm Giorgio Falcone - indizi univoci e precisi - insieme al resoconto fornito dalla Cacco (definito «coerente») ad aver reso possibile l’accertamento della verità. Una verità processuale che è l’unica verità possibile per svelare il “giallo” intorno alla fine di Isabella Noventa.

Elementi forti. Nelle motivazioni tanti gli elementi indiziari indicati come solidi. Fra questi: gli sms scambiati fra i tre (Cacco a Freddy il 9 gennaio 2016: «... Porta pazienza tra poco sarà tutto finito», e poi Cacco a Debora poche ore prima del delitto: «Freddy è sulle spine. A quest'ora domani sarà tutto sistemato»); le telefonate fra gli imputati a conferma della macchinazione; i giri a bordo delle auto intorno a Noventa la notte del 16 gennaio (i fratelli nella Golf di Debora, la Cacco al volante della sua Polo) per sbarazzarsi del cadavere documentati dalle telecamere lungo le strade; le celle telefoniche agganciate dai telefonini in uso ai tre. Ancora il video che riprende Manuela Cacco durante la messinscena per le strade del centro di Padova quando sfila indossando il piumino bianco della vittima.

La collaborazione. Credibile è ritenuto il resoconto della Cacco che, dopo aver svelato la messinscena il 15 febbraio 2016, fornisce una dettagliata ricostruzione dell’omicidio il 25 febbraio e il 7 marzo, completata l’8 settembre: «Debora mi disse “Ho ucciso Isabella con due colpi di mazzetta e le ho infilato un sacchetto in testa”».

I Sorgato. Del tutto inattendibili e incoerenti le versioni dei fratelli. «Mia sorella non c’entra, Isabella è morta in un gioco erotico... Sono stato preso dal panico e l’ho gettata nel Brenta» l’unica ammissione di Freddy. Contraddittori gli alibi di Debora che prima sostiene di aver trascorso la tragica notte al lavoro, poi a casa («Dormivo»), correggendo ancora il tiro («Avevo parcheggiato l’auto da mio fratello e mi ero dimenticata in macchina il cellulare»).
 

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