La padovana Fidia sfida i colossi della farmaceutica con l’acido ialuronico

La rinascita grazie al brevetto sul farmaco “rigenerante.”Investimento da 30 milioni per l’applicazione anti-tumorale

ABANO TERME. Il grande piazzale è quasi al completo. Ogni mattina 741 persone entrano e timbrano il cartellino nel severo edificio che ospita lo stabilimento della Fidia Farmaceutici ad Abano Terme. Qui ci sono gli uffici amministrativi, la dirigenza, i laboratori e buona parte della produzione della multinazionale farmaceutica. Dal 1999 alla guida di Fidia c’è la società P&R, dove la “P” sta per Pizzocaro, famiglia di imprenditori milanesi alla seconda generazione. Francesco Pizzocaro, con il socio Paolo Rossi, diede il via a metà degli anni ’80, praticamente dal nulla, a un’impresa farmaceutica che sarebbe divenuta la Holding PR che ha inglobato Fidia.

L’azienda farmaceutica aponense negli anni ’90 era ridotta, metaforicamente, ad un cumulo di macerie: il patron, il padovano Ennio Arengi patteggia una condanna per bancarotta, falso in bilancio e reati fiscali, mentre il brand Fidia rimane inchiodato ad un prodotto, il Cronassial, rivelatosi “un farmaco in cerca di patologia”, come lo battezzò con sarcastica efficacia Daniele Coen, ricercatore dell’Istituto Negri di Milano. Non è stato facile risalire la china. «Abbiamo puntato su una molecola, l’acido ialuronico che già faceva parte del bagaglio produttivo di Fidia» racconta Carlo Pizzocaro, figlio di Francesco, amministratore e presidente della multinazionale. L’acido ialuronico lo produce il nostro corpo fino ai vent’anni, mantiene elastici e resistenti pelle e arti. E quando il corpo smette di produrlo arrivano i problemi e non solo, perché iniziano a comparire le rughe: i tessuti si rigenerano con più difficoltà dopo una ferita e gli arti si piegano con minore scioltezza. Ma l’acido ialuronico può essere reintrodotto con delle infiltrazioni che vanno ripetute periodicamente. Ed è quello che propone Fidia. Vista la sua proprietà di aiutare la rigenerazione dei tessuti, è impiegato anche in dermatologia. Fidia ha invece messo a punto dei prodotti per le ferite profonde come le ulcere da diabete o le piaghe da decubito. Le iniezioni di acido ialuronico inoltre possono bloccare l’erosione delle cartilagini. Il trend demografico, in buona sostanza, gonfia le vele del fatturato. Ma l’azienda farmaceutica guarda anche ai mercati dell’Africa e del vicino Oriente tanto da aprire nel 2016 una filiale a Dubai.


La presenza di Fidia nel mercato internazionale segue le evoluzioni sociali e demografiche: l’apertura di una filiale in Russia è il segnale del miglioramento delle aspettative di vita in quell’area dopo la catastrofe sociale degli anni ’90, mentre il calo del prezzo del petrolio ha tagliato le gambe allo sviluppo del Kazakistan giudicato fino al 2014 da molti, tra cui Fidia, molto promettente. In questi ultimi tempi si va rafforzando la tradizionale presenza nel mercato dell’est Europa, con l’apertura a breve di una filiale in Polonia – «dove sta crescendo la sensibilità nei confronti dei medicinali» racconta Pizzocaro –, e oltreoceano, con lo “sbarco” imminente in Canada.

Nonostante l’internazionalizzazione, Fidia «mantiene ad Abano il cuore pulsante» sottolinea Carlo Pizzocaro. È qui che vengono preparati i prodotti a base di acido ialuronico che rappresentano il 65% della produzione della multinazionale e di cui Fidia è leader globale con 4,5 milioni di siringhe vendute nel mondo, il 23-24% dei volumi complessivi. Ma se la cura dei nostri arti scricchiolanti rimane il core business, altri settori si aprono all’orizzonte. Proprio quest’anno Fidia ha acquisito la seconda azienda italiana di oftalmologia, la marchigiana Sooft che propone una serie di prodotti per la salute degli occhi.

Guardando al futuro, una promettente sperimentazione è in corso all’Istituto Clinico Humanitas di Milano per l’utilizzo dell’acido ialuronico per il trattamento del tumore alla vescica. Si tratta di un investimento ragguardevole, 30 milioni in 3 anni, e il prodotto viene elaborato nei laboratori di Abano dove lavorano 80 tra tecnici e ricercatori.


 

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