Pfas nel sangue dei ragazzi di Montagnana, aumentano i casi

Dopo il 14enne con valori 40 volte sopra la soglia limite, ora ne emergono altri 7. Le mamme danno vita a un comitato

MONTAGNANA. Il nome che hanno dato al loro comitato chiarisce bene l’obiettivo per cui si battono: far sì che i loro bambini non entrino più in contatto con acqua contaminata da Pfas, i perfluoroalchilici riscontrati nelle acque del Basso Veneto. Sostanze inquinanti, per le quali la letteratura scientifica non ha ancora confermato l’effettiva dannosità all’organismo ma su cui c’è massima apprensione da tutte le autorità istituzionali e sanitarie. Un nutrito gruppo di mamme di Montagnana ha dato vita al Comitato Zero Pfas, realtà nata in particolare dallo stimolo ricevuto in questi giorni quando, nelle cassette della posta dei montagnanesi, sono arrivati gli esiti dei primi esami del sangue effettuati su adolescenti e giovani della città murata.

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Il monitoraggio. Come noto Montagnana è uno dei quindici Comuni inseriti nella cosiddetta “area rossa”, zona in cui la concentrazione di Pfas è ben documentata e dunque con essa anche l’esposizione a questi composti chimici. Regione e Istituto superiore di sanità (Iss) hanno avviato un piano di controllo sulla popolazione: alcuni cittadini sono stati selezionati a campione per essere sottoposti a esami del sangue, altri invece – in particolare gli adolescenti a partire dai 14 anni – sono rientrati di diritto nello screening previsto dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta ai Pfas”.

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I primi dati. Ha fatto scalpore, qualche giorno fa, uno dei dati diffusi proprio dal Comitato Zero Pfas. Ad un ragazzino del 2002 sono stati riscontrati 294,7 nanogrammi di Pfoa (un componente dei più generali Pfas) per litro di sangue: il limite indicato dalla scarna letteratura scientifica esistente indica un range di sicurezza compreso tra 1,15 e 8 nanogrammi. Il valore del quattordicenne, dunque, è quasi quaranta volte tanto la soglia prevista. Ma l’elenco dei valori anomali è lungo. Un prelievo effettuato il 5 gennaio dall’Iss (precisamente dal reparto di Chimica tossicologica di viale Regina Elena a Roma) su un ragazzo montagnanese di 21 anni (uno di quelli scelti a campione) ha rilevato Pfoa per 88,16 nanogrammi e Pfos per 9,7. Per questo secondo valore, il range di sicurezza è entro i 14,79 nanogrammi, anche se lo studio di riferimento segnala che nella popolazione italiana – dunque non contaminata generalmente da Pfas – il limite non supera i 6,68. Ci sono poi i dati registrati dagli esami effettuati con il “Piano di sorveglianza” nell’ospedale di Noventa Vicentina (è l’Usl 8 Berica a gestire gli screening anche per i cittadini dell’Usl 6 Euganea): ci sono i 49,9 microgrammi di Pfoa di un quattordicenne, i 62,9 di una ragazza di quindici anni, i 32,9 di una sedicenne, e salendo di “gravità” i 122 di un quattordicenne (che ha anche 14 nanogrammi di Pfos), i 124,7 di un’altra sedicenne e i 164,3 di un coetaneo.

Come interpretare i numeri. I genitori lamentano la confusione che regna intorno all’interpretazione di questi dati. Un esempio? Qualcuno, allegato all’esito dell’esame, si è ritrovato una semplice scheda di approfondimento sui Pfas, su come può avvenire la contaminazione e sugli effetti che possono avere sull’organismo. Qualcun altro, soprattutto i pazienti con valori evidentemente alti, ha ricevuto l’annuncio di un’imminente chiamata da parte di un esperto ospedaliero per una visita gratuita. I genitori si chiedono che effetti può avere una concentrazione di Pfas nel sangue come quella rilevata dagli esami clinici, in quanti anni queste sostanze verranno “smaltite” e se esiste una prassi o una cura per accelerare questo processo. Le famiglie chiedono dunque alle istituzioni una più sistematica campagna di informazione.
 

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