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"La Sindone avvolse un uomo vittima di torture"

La scoperta di un team di ricercatori fra cui l'università di Padova: "Nuove evidenze biologiche provano che non può essere un falso artefatto"

Silvia Quaranta
1 minuto di lettura
Giulio Fanti e la Sindone 

PADOVA. Milionesimi di millimetri: è questa la misura delle fibre di lino su cui, per due anni, hanno lavorato gli scienziati di cinque diversi istituti di ricerca, tra cui l’università di Padova, prima di decretare con certezza che la Sacra Sindone ha avvolto un corpo umano, straziato dalla tortura.

In quel frammento d’antichità così infinitamente piccolo, difficile anche solo da immaginare, gli scienziati hanno trovato una verità tanto grande da poter mettere fine ad un dibattito che ha appassionato il mondo intero.

La Sacra Sindone, il lenzuolo che avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la morte, è uno degli oggetti più studiati e dibattuti della storia dell’umanità: la Chiesa si è espressa più volte, decretandone prima la non autenticità e poi, al contrario, l’assoluta veridicità. La scienza, dal canto suo, si è impegnata in innumerevoli studi, ma l’unico unanimemente accettato, finora, riguardava la datazione: nel 1988, infatti, l'esame del carbonio 14 eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, aveva permesso di datarla in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all'inizio della storia della Sindone certamente documentata.

La vicenda è lunga e controversa, tutta sospesa tra storia, fede e scienza. Ma proprio grazie ai più recenti studi arriva ora una nuova risposta, che sembra aggiungere un tassello fondamentale a favore dell’autenticità: il tessuto che compone il lenzuolo (che è di lino) è risultato impregnato di una particolare sostanza, la creatinina, che viene liberata dal corpo umano solo in coincidenza di determinate situazioni, di stress molto forte o, più probabile, di pesante tortura.

Il risultato, reso possibile grazie a studi di risoluzione atomica, è stato pubblicato ora sulla prestigiosa rivista americana PlosOne, ed è frutto della collaborazione tra i ricercatori di due Istituti del Cnr, dell’Istituto Officina dei Materiali di Trieste, dell’Istituto di Cristallografia di Bari, e dell’Università di Padova.

 

 

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