Da via Anelli un modello di integrazione

La scuola Giovanni XXIII chiamata negli Usa a presentare il suo metodo didattico che si basa sul concetto di cittadinanza

STANGA. Si può far scuola insegnando con competenza e rigore i programmi d’italiano e matematica. Ma si può far scuola anche scrivendo il libro della vita degli studenti, dei professori e, addirittura, di una città. È la sfida della scuola elementare Giovanni XXIII, chiamata negli Stati Uniti a raccontare il suo metodo didattico che si fa paradigma d’integrazione. A rappresentare la scuola è il maestro Fabio Rocco, scelto all’unisono per spiegare a New York la propria metodologia didattica che fa perno sull’integrazione e sul concetto di cittadinanza: diritto “negato” che è già realtà quotidiana.

Il viaggio è organizzato dall’ambasciatore americano a Milano. Si tratta, per Padova, per il Veneto e per l’Italia intera, di un fatto eccezionale perché questa piccola scuola della Stanga sarà l’unica esperienza italiana inserita nel progetto “Ivlp”, ovvero International visit leadership program del Dipartimento degli affari culturali del Governo americano. Un programma nato vent’anni fa che ha già incontrato più di 4 mila delegazioni da tutto il mondo. La mission è affascinante: gruppi di ricercatori “spediti” in giro per il globo a studiare i metodi d’integrazione - soprattutto in contesti scolastici - perché, nella vita, anche in quella chiusa nell’archetipo di istituzioni e burocrazia, valga l’idea che non si finisce mai d’imparare. Magari dall’Europa, magari dall’Italia, magari da una scuola di otto classi della città di Giotto e Galileo. Così lo scorso settembre una giovanissima dottoranda newyorkese, Barbara Ofosu Somuah, è volata oltre l’oceano Atlantico atterrando in via Carli, alla Stanga. La Giovanni XXIII sarà la sua tesi di dottorato in psicologia sociale. A Washington e New York accompagnerà Fabio Rocco in un programma fitto di appuntamenti per una corsa di 11 giorni - dal 31 maggio al 10 giugno - con 3-4 spostamenti interni (da paese a paese). «Sono emozionato, non posso nasconderlo», rivela Rocco, «ma ho già avanzato delle richieste: non voglio una maratona di città patinate, vorrei raggiungere anche le periferie, magari il confine con il Messico; entrare in una classe, portare ai bambini un video messaggio dei miei studenti».

La Giovanni XXIII è stato il primo incarico per Fabio, era il 1999 e quello il suo “anno prova”, determinante per un insegnante. Poi è arrivato l’incarico di Mestrino, ma nel 2005 è tornato al suo primo amore. È stato dunque testimone oculare del pre e post via Anelli, un terremoto che ha scosso dalle fondamenta la scuola e il quartiere. «Via Anelli ha aperto uno squarcio nella città, prima ancora che nella scuola», rivela, «ogni giorno sentivamo a racconti di grande difficoltà da parte dei bambini, costretti a vivere in un microcosmo che li rendeva esposti e vulnerabili. Tra retate della polizia, fughe rocambolesche degli spacciatori e spazi intimi violati. Oggi invece gli italiani di seconda generazione sono la parte stabile della scuola». Che, malgrado pregiudizi e dicerie, non ha subito nessun tracollo: se nel 1999 le classi erano 11 con due sezioni complete e una quarta in aggiunta, oggi le classi sono 8 e, nel 2005 erano 10. «Da questo viaggio mi aspetto di avere il quadro del nostro futuro fra 50 anni con una migrazione stabile. Le scuole multietniche sono il luogo del futuro e ai padovani vorrei dire di non averne paura perché il confronto con la diversità è la più grande opportunità che possano dare ai loro figli», spiega Rocco. «. Non andrò da solo, con me porterò le esperienze di molti altri insegnanti padovani che vivono situazioni simili alla nostra. Come Roberta Scalone: tutto quello che abbiamo realizzato a scuola è frutto di un lavoro corale». Oggi gli Usa conoscono via Anelli, studiata ed entrata con prepotenza nei loro libri di analisi politica e storica. Conosceranno il viaggio della giornalista Tobagi tra le scuole multietniche italiane, Giovanni XXIII compresa. Conosceranno due edizioni di Cartonero, i libri realizzati dai piccoli di via Carli e il loro geo blog. Ma devono ancora essere "travolti" dallo spirito indomito di questa scuola di frontiera.

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