Viaggio nell’ex Foro boario di Padova, dallo splendore al declino

I resti del mercato florovivaistico

Dentro la “cattedrale” di Giuseppe Davanzo, le memorie stratificate dei molti usi nel corso dei decenni: dalle aste di bestiame alle mostre di fiori

L'ex Foro Boario, ecco come si presenta oggi la "cattedrale"

PADOVA. Novemila metri quadrati solo per la cattedrale dell’ex macello di corso Australia, quella che pare fatta di mattoncini Lego, progettata dall’architetto trevigiano Giuseppe Davanzo che la immaginò enorme chapiteau circense, con i due pinnacoli-prese d’aria a tenere su idealmente i moduli di cemento armato precompresso lì usati per la prima volta.

Una vista della "cattedrale" dall'enorme piazzale alle spalle del complesso

Fu inaugurato nel 1968 quel quartiere gigantesco deputato a foro boario e macello, inseguendo il sogno (sgonfiato in pochi anni) di radicare a Padova un mercato bestiame e carni di respiro internazionale.

Un’area di 118.273 metri quadrati di cui 35 mila e rotti coperti, che da quando nel 1985 anche l’ultimo angoletto rimasto a mercato bovini fu chiuso, iniziò una nuova vita spezzettata in un incredibile campionario di destinazioni d’uso. Ognuna delle quali ha lasciato traccia dentro il castello di carte in cemento, vincolato dalle Belle arti e dunque intoccabile, il cui progetto è esposto al Moma di New York. Tanto per dire.

C’è stato il mercato florovivaistico dal 1985 al 2004 e pare che l’abbiano abbandonato da un giorno all’altro: foreste di spettri in vaso, piante stecchite da lustri aggiungono suggestione a suggestione, ché lì dentro ci si muove tra Blade Runner e le case di Cornelis Escher.

Con il drone. Ecco la spettacolare copertura della "cattedrale", ripresa con un drone

Centinaia di vasetti decorati, statuette, kitschate da fiorerie, scaffali, terricci e poi calcolatrici d’antan, macchine da scrivere; più in là un angolo funge da deposito dell’associazione Ornicoltori, e via con centinaia di gabbie nuove, coperte; in giro ovunque rotoloni e rotoloni di linoleum e rivestimenti da coprire mezza città, tutti rigorosamente marci.

Decine di sacchi di sale antigelo, usati dal servizio strade del Comune

Di qua, in bell’ordine, un esercito di sacchi di sale grosso per il ghiaccio invernale e, di là, colline di arredi in plastica colorata compongono opere pop più accattivanti di talune meste, ferrose sculture in mezzo alle rotonde stradali.

Sanitari, mattoni, strutture sportive, tra cui cinque porte da calcetto nuove, quintalate di sedie, pedane; strutture metalliche le più varie, intrecciate, sovrapposte: un angolo di arte futurista di tutto rispetto. Ad una parete l’orologio è fermo sulle 10.10, chissà di che giorno.

La vecchia pista d'atletica

Ecco la pista di atletica, sempre dentro la cattedrale impenetrabile se non con le chiavi e la guida di un gentile tecnico del Comune (proprietario del tutto, il Comune non il tecnico): grande impianto indoor aperto nel 2005 e chiuso tre anni dopo per via di una nuova normativa in tema sismico che non consentiva all’edificio un uso pubblico. Atletica addio.

Altro strato di tracce sopra quelle del mercato bestiame ché la cattedrale ospitava un gigantesco foro boario, ancora venato dai binari di scorrimento dell’ancoraggio delle catene al collo dei bovini. I quali, legati in fila indiana, “sfilavano” dai recinti di stallo alla sala aste, in mezzo a un vociare di valutazioni, trattative, contrattazioni.

I banchi riservati agli acquirenti di bestiame

Ecco la sala aste. Quasi intonsa benché cadente. Da una parte la gradinata per i compratori, dall’altra quella dei venditori, in mezzo un grande scranno in legno per il banditore.

L'orologio-cronometro al centro dell'area riservata alle aste del bestiame

Nel centro il cartellone a segnare prezzo, tipo di moneta, compratore e timer: tic tac tic tac... driiiin: il lotto 61 (che sarebbe poi il bovino, solo o in gruppo) è aggiudicato al signor Boario Franco. Soldi, stretta di mano magari con lo sputo e via con un altro lotto muggente.

C'era una volta il mercato dei fiori...

Quando arrivarono i florovivaisti, stessa sala, stesso meccanismo, sempre lotti ma all’asta c’erano rose e tulipani, margherite e orchidee. Solo e sperduto in un angolo c’è pure un gigantesco tronco: “sotto sequestro” dice il cartello. È l’albero che nell’agosto 2012 si schiantò in via Avanzo sopra un’auto di passaggio, uccidendo il conducente, 27 anni, papà di una bimba.

Camminando si incontrano ammassi di enormi tubi, mattoni, tavoli e pedane, arnesi, mobilia e l’elenco continua, pare un grande magazzino the day after: se è vero, come pare, che arriverà il gigante di Lille Leroy Merlina trasformare tutta la struttura in gigantesco centro commerciale, balza agli occhi una sorta di bizzarro contrappasso. L’incredibile gamma di merci abbandonate che giace nella cattedrale è la medesima, in versione “archeologica”, che venderà l’ipermercato francese.

Al cinema. "La moglie del prete" è il titolo del film di Dino Risi girato in buona parte nel Padovano nel 1971. Guardate questi primi minuti con Sophia Loren (e Marcello Mastroianni) e un simpatico "duello rusticano" ambientato proprio nel piazzale del Foro Boario.

Ma l’ex Foro boario mica è solo la cattedrale, ci sono altri tre complessi, c’è la struttura del macello vero e proprio, ci sono ancora i binari ferroviari che ogni giorno portavano vagoni di bestiame fin dentro e ci sono gli sterminati spazi dove parcheggiavano i camion.

Oltre ai magazzini comunali e gli ex uffici che in parte ospitarono il locale Coyote Ugly e ora sono sede dell’associazione Altragricoltura. Anni fa, sui muri esterni, lato corso Australia, banco di prova per generazioni di graffitari pasticcioni, rimbalzavano le palline di tennisti: pam, pum, patapam e avanti per ore ché il muro è ottimo, gratuito, allenamento. Qualcuno ci va ancora.

Il Teatro Geox è adiacente all'enorme complesso degli anni Sessanta

E c’è il Geox, un enclave a parte, arrivato nel 2009: doveva essere di passaggio ma ha messo radici. La convenzione scadrà nel 2019. È un paese, l’ex Foro boario, e non c’è persona che, passando di lì, non ci abbia messo dentro un sogno tra arte e cultura, nuove economie e aggregazione, che non abbia immaginato una chance per dare a Padova un respiro contemporaneo e internazionale.

Già ci aveva pensato lo stesso architetto Davanzo, progettando una conversione ad altri usi e nel 2014 l’architetto Bepi Contin fu capofila di un progetto per farne una cittadella della cultura.

Il progetto dell'architetto Davanzo

Gli esempi concreti di come potrebbe essere (e non sarà) ci sono, tanti. E notevoli. Tre per tutti: il Mattatoio Testaccio a Roma, il Matadero a Madrid, Le 104 di Parigi. I sogni padovani?

Al macello, appunto.

Leggi anche

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Banana bread al cioccolato

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi