Abuso al Santo, la prescrizione cancella ogni responsabilità

Il giudice ha prosciolto i tre imputati, tra loro l’ex delegato pontificio monsignor Francesco Gioia che aveva voluto creare un piccolo residence calpestando i vincoli. Nessun obbligo di ripristino

PADOVA. Se il decorso del tempo annebbia la memoria, dal punto di vista legale azzera ogni responsabilità penale quando fa scattare quel termine che viene definito prescrizione. Un termine che indica come siano trascorsi troppi giorni, mesi, anni affinché l’azione penale possa essere esercitata. E anche l’abuso edilizio nel complesso della Basilica del Santo si perderà nella “nebbia” di una memoria collettiva che sembra già averlo dimenticato così come per anni il fascicolo si è perso nei corridoi di una macchina giudiziaria troppo lenta.

Abuso, nessun colpevole. Ieri ultimo atto della vicenda giudiziaria con la sentenza pronunciata dal giudice Stefano Canestrari di proscioglimento per intervenuta prescrizione nei confronti dei tre imputati: l’ex delegato pontificio della Basilica del Santo, monsignor Francesco Gioia, 79 anni; il progettista-direttore del cantiere, l’architetto Gennaro Di Lascio, 52enne di Frascati; il titolare dell’impresa laziale appaltatrice, Advance Planning poi A.P. Costruzioni generali srl, Gianluca Campana, 48 anni, difesi dall’avvocato Paolo Marson e dal professor Alberto Berardi. Senza entrare nel merito del processo, rispediti a casa gli imputati. E anche i testimoni che, comunque, erano stati citati per l’appuntamento a Palazzo di giustizia nonostante fosse ormai noto, fra gli addetti ai lavori, che la prescrizione si era perfezionata lo scorso dicembre. E che l’udienza di ieri era solo una mera formalità. Il risultato? Tutto come nulla fosse accaduto. Nemmeno quello scempio urbanistico realizzato in un’ala del complesso basilicale in via Orto Botanico 1 (gli spazi dell’ex museo e dell’ex biblioteca) trasformata senza alcuna autorizzazione del Comune (e a totale insaputa della comunità dei frati e della Veneranda Arca del Santo), in un residence composto da cinque mini-appartamenti, calpestando regole e norme che valgono per tutti.

Le tappe. Il 9 ottobre 2012 dall’Ufficio tecnico del Comune di Padova viene trasmesso un esposto alla procura della Repubblica per segnalare l’abuso edilizio in spregio al regolamento edilizio comunale e ai vincoli monumentali. Anzi, un abuso commesso all’insaputa della Soprintendenza ai beni architettonici del Veneto orientale. Almeno fino alla richiesta di sanatoria presentata dal Delegato Pontificio che, di fronte alla reazione del Comune, oppone l’extraterritorialità del complesso basilicale appartenente alla Santa Sede. E difende il proprio operato. Ma pure il Comune difende la sua scelta: il bene è soggetto alle leggi italiane e nessun permesso di costruire è mai stato chiesto dal Delegato monsignor Gioia, discusso prelato che ama frequentare i “giri giusti” legati a potenti incappati in clamorose inchieste giudiziarie e noto per una spiccata vocazione a coltivare relazioni che spaziano dai banchieri e politici alla showgirl Valeria Marini, di cui avrebbe dovuto celebrare le già fallite nozze salvo limitarsi a una comparsata visto il troppo clamore mediatico.

Si sfiora il caso diplomatico. E decolla l’inchiesta. Il pm Maria D’Arpa affida una consulenza al professor Paolo Merlini, docente allo Iuav di Venezia. Nessun dubbio: qualunque intervento nell’edificio della Basilica deve rispettare l’iter amministrativo previsto da norme edilizie e vincoli monumentali, nonostante l’opinione comune che il complesso basilicale goda di extraterritorialità. Così finiscono nel registro degli indagati i tre. E il 24 novembre 2014 il gip Mariella Fino firma un decreto penale di condanna e infligge al prelato 6 mesi d’arresto e 20 mila euro d’ammenda, ridotti per il rito e convertiti in una pena pecuniaria finale di 32.500 euro; ai due coimputati la pena finale 23 mila euro d’ammenda (pena base 4 mesi d’arresto e 16 mila euro). Pena sospesa per tutti e ordine di "rimessione in pristino": il che significa che tutto avrebbe dovuto tornare come prima dell’abuso.

Il processo. Il decreto penale è impugnato il 25 marzo 2015 e i tre scelgono di affrontare il processo. I tempi della giustizia sono lenti. Solo il 5 febbraio 2016 viene emesso il decreto che dispone il giudizio immediato. Prima data del processo il 25 maggio 2016 quando mancano 6 mesi alla prescrizione: i difensori formulano una serie di eccezioni. Il 19 ottobre scorso, seconda udienza nel corso della quale il giudice respinge tutte le questioni sollevate con rinvio ad aprile, ieri, ben sapendo tutti che la prescrizione s’era compiuta il 31 dicembre. Beffa della sorte: ora nessun obbligo di intervenire per sistemare l’immobile com’era prima dell’abuso secondo quanto disposto dal decreto penale. Il decreto è superato dalla sentenza di proscioglimento.

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