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«Il fidanzato complice dell’infanticida»

Il pm chiede di processare lui e due amiche della 17enne di Trebaseleghe che dette alla luce la piccola e poi la sotterrò

di Cristina Genesin
2 minuti di lettura

TREBASELEGHE. L’ex fidanzato S.A., 19enne originario di Zero Branco (Treviso), dovrà rispondere del reato di concorso in occultamento di cadavere; le due amiche (E.Z., albanese 20enne, e D.N., 21 anni, entrambe residenti a Piombino) dovranno difendersi dall’accusa di false dichiarazioni sulle generalità della principale indagata, la ragazzina albanese (all’epoca dei fatti 17enne) che, nel novembre di quasi un anno fa, abortì e uccise la creatura tenuta in grembo per oltre 7 mesi. Il procuratore aggiunto di Padova, Valeria Sanzari, ha chiesto di processare i tre: ora il gup dovrà fissare l’udienza preliminare al termine della quale si pronuncerà sulla richiesta di rinvio a giudizio. Con ogni probabilità, non si arriverà mai a un processo, almeno per quanto riguarda S.A. che si è trasferito a Milano dove vive la madre: il suo difensore, l’avvocato Guido Travaglioni del foro di Roma, chiederà un rito alternativo che prevede per legge uno sconto di pena. Anche la protagonista di questa brutta e triste storia, ospite nel carcere minorile femminile di Pontremoli (in Toscana), sta per chiudere il conto con la giustizia. La procura dei Minori di Venezia (il pm Crepaz) ha chiuso l’inchiesta a suo carico, contestando i reati di omicidio aggravato dal rapporto di discendenza, occultamento di cadavere e false dichiarazioni sull’identità personale a un pubblico ufficiale. Il difensore della ragazza, l’avvocato Carlo Macari, ha già chiesto e ottenuto il giudizio abbreviato previsto il 17 novembre davanti al gip minorile Valeria Zancan.

La tragedia si verifica nella notte tra il 17 e il 18 novembre 2015. La minore, che aveva confidato al fidanzatino di essere incinta, si era procurata le pillole per interrompere quella gravidanza indesiderata, 12 pasticche in tutto da assumere 4 alla volta. Tuttavia le sarebbero state sufficienti due pillole, ingoiate alcune ore prima dell’espulsione della neonata. L’aborto era avvenuto intorno alla mezzanotte e mezza: la 17enne si era chiusa nel bagno di casa mentre i genitori dormivano. Da sola, aveva espulso la bimba, tagliato il cordone ombelicale con una forbice e infine infierito sul corpicino con più di una decina di forbiciate. Quel massacro aveva allagato di sangue il bagno: spaventata dal suo stesso gesto, la giovane aveva chiamato il fidanzato chiedendo aiuto per seppellire e far sparire il corpicino. E raccontando un’altra storia, ovvero che la bimba era nata morta. La neonata era stata avvolta in una maglietta di lei e quel “pacchetto” era stato infilato in un sacchetto di plastica: all'1.30, in piena notte, i due fidanzatini avevano raggiunto un campo a 200 metri e scavato una buca profonda 15 centimetri. Una buca che era diventata la tomba della piccola. L’autopsia, affidata al medico legale Antonello Cirnelli, ha confermato l’infanticidio.

Ma l’indomani la ragazza era stata colpita da una violenta emorragia post partum. A un’amica aveva chiesto in prestito la tessera sanitaria, mentre un’altra ventenne l’aveva accompagnata nel Pronto soccorso di Camposampiero dove la ragazzina era arrivata intorno alle 19 a bordo dell’auto del fidanzato. Due ore dopo, allertati dai medici della struttura, una pattuglia dei carabinieri di Piombino si era presentata a casa della titolare della tessera sanitaria, scoprendo che la paziente ricoverata era una minorenne con un’altra identità. Il primo a crollare era stato il fidanzato che aveva raccontato la storia, almeno per quello che ne sapeva. E aveva indicato il luogo in cui la bimba era stata sepolta. Alla fine la ragazzina aveva confessato tutta la verità.

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