Padovano in bicicletta da costa a costa negli Stati Uniti

Maurizio Trabuio con Craig, il meccanico che gli ha riparato la bici

Maurizio Trabuio verso la California pedalando per 6 mila chilometri dall'Atlantico al Pacifico in due mesi di "ciclopellegrinaggio" sulle orme di Jack Kerouac

Eureka è lì in fondo, oltre il deserto, ai piedi dell’ennesimo tramonto di dolorosa bellezza. Eureka è esclamazione di gioia, vuol dire “trovato!”: la attribuiscono ad Archimede, nel momento di una delle sue scoperte. Eureka è una cittadina della California, il traguardo, il chilometro numero seimila - dieci in più, dieci in meno - del viaggio folle e meraviglioso di Maurizio Trabuio, da una costa all’altra degli Stati Uniti in bicicletta, in due mesi. Lui l’ha chiamato ciclopellegrinaggio, ma tutti i nomi e le definizioni in questa storia hanno un significato relativo. Perfino il traguardo ha senso fino a un certo punto. Se Trabuio aveva una meta, probabilmente l’ha già raggiunta, il resto è solo geografia.

La bicicletta di Trabuio in un tratto desertico

Giusto sapere chi è, questo ciclopellegrino. Ha 54 anni, due figli, si definisce “single di ritorno” ed è un imprenditore sociale. È presidente di Città Solare e dirige la fondazione La Casa onlus, che gestisce 104 immobili in tutto il Veneto mettendoli a disposizione di 212 persone, tra donne e minori e anziani delle fasce più deboli, in un piano più ampio di ricostruzione sociale che comincia proprio dall’abitazione. Il suo viaggio è nato (anche) per richiamare l’attenzione sull’emergenza del Veneto - le case non bastano, anche se ce ne sarebbero abbastanza per tutti - e magari raccogliere fondi per affrontarla. Ma questo è solo un aspetto. C’è poi la volontà di sperimentare sulla propria pelle il senso di precarietà che migliaia di profughi vivono in questo tempo di fughe. E c’è, infine un desiderio del tutto personale di avventura, di scoperta e una ricerca che si sospetta soprattutto interiore.

Più che raccontarlo, val la pena leggerlo, questo pellegrinaggio sui pedali partito ai primi di agosto dalla costa est degli Usa - Cape Cod, penisola del Massachusset e poi New York - e destinato a finire tra pochi giorni proprio ad Eureka, nord California. Trabuio ne dà conto, con una certa puntualità, su un blog appassionante (http://ciclopellegrino.altervista.org) che poi ha la sua vetrina e qualche contributo extra su Facebook. Ieri, per esempio, sul social è comparso un video bellissimo di un minuto di strada in bici, nel nulla di un deserto, all’ora del tramonto. E non c’era bisogno di parole per coglierci dentro la meraviglia.

C’è, nel viaggio e nella sua descrizione - nelle riflessioni del pellegrino - tanto spazio per concetti come la libertà e la precarietà («Mi sembra di andare sulla luna e di arrampicarmi sulle nuvole. È felicità, paura, vulnerabilità, ignoto, spaesamento», scrive Trabuio). Rompere un pezzo della bici, in mezzo al nulla, farsi soccorrere, scoprire che quel pezzo non si trova da quella parte dell’Oceano, aspettarlo in una cittadina che sulle carte non esiste perché nel frattempo una rete internazionale di uomini di buona volontà si è mobilitata, perdere giorni nell’attesa e poi ripartire in treno per recuperare: è solo un capitolo. Dormire in un cimitero e svegliarsi con rumore di passi, è un altro capitolo della storia. Che è avventurosa, piena di colpi di scena. E che contiene gustosissime descrizioni degli americani, esagerati, generosi, scontrosi, con gli occhi tristi, che passano un sacco di tempo a tosare i loro prati, che «hanno sempre un bicchiere in mano» e che vivono in un loro mondo costruito per le auto. C’è chi si fa pagare un passaggio («Ma se non regali un passaggio all’uomo in bici la libertà dov’è?») e chi ti salva la vita («Non andare avanti, lì ti sparano»). È un romanzo e a volte il colpo di scena più emozionante è qualcuno che ti apre le porte di casa: «Il sollievo di un tetto, in quel momento è una benedizione. Ho rivisto il mio sogno: una casa per tutti». E il coast to coast è la dimensione giusta perché offre spazio al viaggio e ai pensieri: «Quando ho scelto l’America, uno dei motivi era proprio il desiderio di infinito, di non misurabile». Sembra una sfida da pazzi. «Ma non c’è niente di eroico nel fare ciò che piace, con tutte le possibilità e circondato dalla stima e dall’affetto di molti», riflette Trabuio. «Eroe è chi sta al proprio posto a fare il proprio dovere, bene, con passione, tutti i giorni. Sono circondato da eroi, con mia somma fortuna». Eureka è lì in fondo, oltre il deserto. «Mille ancora i chilometri che mi restano da percorrere per arrivare alla meta che mi ero prefisso», scrive il ciclopellegrino. «Questo contare i chilometri e i giorni che mi separano dal ritorno è la prova che ho tanto da imparare ancora. Ma so che la mia vita sarà lunga quanto basta per permettermi di imparare quello che dovrò essere».

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