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Il ruggito di Carraro: «Sette anni di tsunami ma restiamo in sella»

Caduta dei ricavi superiore al 50%, poi l’ingresso degli Arduini. «Socio serio, noi manterremo il controllo e non ci sarà Opa»

PADOVA. Una caduta dei ricavi superiore al 50% sul core business. Mario Carraro riavvolge il nastro dove sono impressi gli ultimi sette anni del gruppo di Campodarsego, quattro dei quali senza la sua presenza diretta nella gestione. «Nel 2009 sarebbe stato meglio un terremoto, almeno prima o poi ci avrebbero rimborsato». Così non è stato e dopo aver lasciato nel 2012 la guida ai figli Enrico (presidente) e Tomaso (vice presidente), Carraro nell’ottobre del 2015 ha aperto il capitale della fi ...

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PADOVA. Una caduta dei ricavi superiore al 50% sul core business. Mario Carraro riavvolge il nastro dove sono impressi gli ultimi sette anni del gruppo di Campodarsego, quattro dei quali senza la sua presenza diretta nella gestione. «Nel 2009 sarebbe stato meglio un terremoto, almeno prima o poi ci avrebbero rimborsato». Così non è stato e dopo aver lasciato nel 2012 la guida ai figli Enrico (presidente) e Tomaso (vice presidente), Carraro nell’ottobre del 2015 ha aperto il capitale della finanziaria di famiglia (Finaid) al gruppo italo-brasiliano guidato da Riccardo Arduini ponendo le basi per l’aumento di capitale da 54 milioni di euro approvato il 27 giugno scorso.

Carraro, siamo alla vigilia di una svolta che porterà il gruppo nato negli anni Trenta fuori dal controllo della famiglia?
«No, la famiglia c’è e ci sarà. Gli accordi sottoscritti prevedono che Finaid abbia la maggioranza assoluta e c’è l’impegno da parte della nostra famiglia di non cedere la maggioranza del capitale della Carraro per due anni. Ovvero fino al 2018».

E nella fase successiva al 2018?
«I patti sottoscritti prevedono che il controllo del gruppo resti alla famiglia fino a quando uno dei membri non voglia uscire. Nei miei figli non vedo questa volontà e io non ho l’età».

Perché, allora, aprire il capitale?
«Torniamo indietro. Nell’agosto del 2008 il gruppo poteva vantare un impregno alla produzione del 20% in più per un cliente come Caterpillar. Il risultato è che alla prova dei fatti il colosso Usa ci ha chiesto il 55% in meno. Tutto questo si è inserito in un contesto difficile come quello italiano. Siamo intervenuti con tempestività, ma le misure sono risultate insufficienti. Non abbiamo preso in considerazioni azioni plausibili, visto le condizioni. Carraro è un gruppo con dei valori: quando si manifesta la necessità di ridurre gli organici di 50 unità bisognerebbe fare 70 licenziamenti per rendere efficace l’intervento. Invece, qui dai noi, alla fine se ne licenziano 30».

Perché l’aumento?
«Il mercato non ci ha aiutati per anni, ma il gruppo ha tenuto la barra dritta continuando a investire in tecnologia, ricerca e sviluppo. Lo sforzo che è stato fatto, e che ha pesato anche finanziariamente, è stato quello di spingere sulla diversificazione dei prodotti. Potevamo tenere la parte del business che rendeva e basta ma oggi saremmo una fabbrichetta di assali. Sulla base di questa volontà era difficile proseguire da soli in tale sforzo senza gravare sul debito e qui è nata la necessità di varare un aumento di capitale».

Perché la scelta della famiglia Arduini?
«Abbiamo visto fondi d’investimento e altri soggetti interessati ma Arduini è azionista del nostro gruppo dal 1995. È stato Tomaso a suggerire il suo coinvolgimento e alla fine ha accettato».

Qual è, secondo lei, l’interesse di un azionista privato che ha in mano un 20% della Carraro?
«Non è quello di acquisire il gruppo ma certo avrà un interesse. Un’offerta pubblica di acquisto? Non ha queste ambizioni, non è nella sua cultura. Lo conosciamo da anni, ripeto. Prima è entrato in Finaid dandoci l’opportunità di aderire all’aumento di capitale e poi abbiamo varato l’operazione di rafforzamento patrimonialmente il gruppo. Ma la famiglia continuerà ad avere il controllo».

Ultimamente ha investito direttamente nell’acquisto di azioni Carraro sul mercato, perché?
«Non si tratta di operazioni di chissà quale rilevanza. Avevo delle disponibilità e ho pensato di investirle in un’azienda in cui credo. È una dimostrazione di fiducia».

Era il 2012 quando ha ceduto il timone ai suoi figli, come valuta il passaggio generazionale?
«Mi sono trovato a discutere di questa cosa con un altro imprenditore della mia età in procinto di lasciare l’azienda ai figli. Gli ho detto che forse quelli della nostra generazione hanno dimostrato di avere una marcia in più ma che i nostri figli sono più giusti per le necessità di sviluppo odierne delle aziende. Hanno in testa la conduzione manageriale che è più funzionale allo sviluppo. L’attuale amministratore delegato della Carraro ha dei poteri che nemmeno Gabriele Del Torchio aveva».

Se fosse stato ancora al posto loro, in questi ultimi quattro anni avrebbe preso decisioni diverse?
«Non avrei fatto nulla di diverso, non ho dubbi. È un periodo, questo, dove è molto difficile fare delle scelte».

La Carraro di oggi è un gruppo che può avere un futuro anche senza il coinvolgimento della famiglia Carraro?
«Non è un’eventualità oggi in discussione. Comunque è impensabile ipotizzare una fabbrica di trattori verticalizzata. La flessibilità ha bisogno di condivisione e quindi la Carraro ha sicuramente un futuro».

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