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Debora: «Sto con il maresciallo, nessuno mi controllerà»

La sorella di Freddy era sicura, per questo il cadavere di Isabella è finito nella Golf bianca. La circostanza emerge dall’interrogatorio reso dalla tabaccaia Manuela Cacco

Enrico Ferro Alice Ferretti
2 minuti di lettura

PADOVA. Debora si sentiva sicura e quasi intoccabile, almeno per quel che riguarda Padova e dintorni. Era “la compagna del comandante” perché così chiamavano impropriamente nel trio il maresciallo Giuseppe Verde.

Nessuno mi controlla. Dall’interrogatorio di Manuela Cacco emerge che proprio per questa sua sicurezza la notte dell’omicidio ha deciso di trasportare il cadavere con la sua auto. Tanto, anche se l’avessero fermata, nessuno si sarebbe sognato di controllare “la compagna del comandante”.

La scelta dell'auto. Secondo la Cacco, la tabaccaia di Camponogara (Venezia), Freddy e Debora avrebbero concordato di trasportare il corpo di Isabella nell’auto di lei perché convinti che i carabinieri non l’avrebbero mai fermata. Questo ragionamento starebbe dunque alla base della scelta di usare la Golf e non la Polo di Manuela o la vecchia Punto di Freddy (l’Audi non avrebbero potuto usarla in quanto il gps serviva come alibi per gli spostamenti di quella notte).

Perseguitata. Debora Sorgato, se così fosse, si sarebbe servita per l’ennesima volta del compagno maresciallo dei carabinieri. Così come potrebbe aver fatto anche durante il periodo in cui Isabella veniva minacciata e perseguitata. Isabella dal 14 novembre del 2013 al 24 settembre del 2014 ha presentato al Commissariato Stanga ben sei denunce per gli atti persecutori di cui era vittima.

Accessi illegittimi. Riceveva continue lettere, telefonate e messaggi di insulti e minacce. In quel periodo il maresciallo Verde ha eseguito due accessi alla banca dati interforze digitado il nome “Noventa Isabella”. Probabilmente voleva vedere l’iter delle denunce da lei presentate, visto che le principali sospettate per quelle minacce erano proprio Debora Sorgato e Manuela Cacco.

L'investigatore privato. Paolo Noventa era a conoscenza di un elemento che per non far preoccupare la sorella ha sempre preferito nasconderle. «Isabella non sapeva che Freddy le aveva messo al seguito un investigatore privato, non l’ha mai saputo», spiega il fratello della donna uccisa la notte del 15 gennaio scorso. «Ho preferito non dirglielo perché sapevo che ci sarebbe rimasta male e così sono stato zitto. Oggi mi chiedo se sarebbe cambiato qualcosa se invece di tacere avessi parlato, se le avessi detto che Freddy la faceva seguire da un investigatore. Forse sì, forse sarebbe cambiato tutto. Probabilmente mia sorella l’avrebbe lasciato e chissà magari adesso sarebbe ancora qua con noi», continua affranto.

Il rimpianto. «Questo rimarrà sempre un mio rimpianto». Paolo Noventa, va ricordato, ha avuto una serie di problemi con la legge per via della sua attività di dentista abusivo. È stato più volte controllato dal Nas ed era molto guardingo perché sapeva di essere sotto osservazione. In questo contesto ha scoperto una microspia sotto l’auto ma non era destinata a lui, bensì alla sorella. È riuscito a risalire fino all’investigatore che l’aveva attaccata, scoprendo che era stato pagato da Freddy Sorgato.

Il corpo. Per quel che riguarda la ricerca del corpo, il fratello non ha ancora gettato la spugna. «Sono sempre più convinto che il corpo si trovi a Noventa e in particolare vicino al casolare di via Polati. Chi abita da quelle parti mi ha riferito che dal giorno della scomparsa di mia sorella Freddy non si è più neppure avvicinato a quella zona».

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