Un crowdfunding per Prato della Valle

La piazza costruita grazie a un colpo di genio di Andrea Memmo: 800 padovani parteciparono al primo project financing della storia

di FRANCESCO JORI

Gli è andata bene: avrebbe potuto passare alla storia, non certo come titolo onorifico, quale l’ultimo doge di Venezia. Capolista dei riformatori, Andrea Memmo nel 1789 viene sconfitto da Ludovico Manin: cui otto anni più tardi spetterà il triste compito di ammainare la gloriosa bandiera di San Marco dopo mille fulgidi anni. Se il suo nome rimane comunque di alto profilo anche oltre due secoli dopo, lo deve a Padova: dove approda nel 1775 con la nomina a rettore della città. E dove lascia il suo segno soprattutto nel Prato della Valle: non solo per il look inconfondibile che conferisce a un’area paludosa e malsana, ma anche per la geniale operazione di project-financing ante litteram cui fa ricorso, in un periodo in cui le pubbliche finanze richiamano singolarmente quelle di oggi: disastrate.

La Padova della seconda metà del Settecento è a cartoni, a causa di una feroce crisi economica accompagnata da un sostanziale ristagno demografico: 44mila abitanti appena, più o meno gli stessi di tre secoli prima, poco dopo l’arrivo della Serenissima. E quanto a entrate fiscali, il centralismo veneziano dell’epoca avrebbe avuto poco da imparare da quello romano di oggi. Perciò Memmo trova una città malconcia; che tuttavia si impegna a rilanciare, pur rimanendovi solo per un paio d’anni prima di andare a ricoprire il prestigioso incarico di bailo a Costantinopoli. Da subito coglie le potenzialità del Prato, allora chiamato di Santa Giustina visto che vi si affaccia la monumentale chiesa. Un ampio sterrato acquitrinoso di quasi 90mila metri quadri, in condizioni di vistoso degrado; e che si anima nei mesi di giugno e di ottobre, perché accoglie rispettivamente la tradizionale fiera di Sant’Antonio e quella di Santa Giustina: due eventi mercantili ma anche di spettacolo (vi si corre tra l’altro un palio) e di contorni meno nobili, animati da una variegata umanità di biscazzieri, avventurieri e prostitute.

L’occasione di intervenire arriva da una compravendita di qualche anno prima: è il 1767 quanto i monaci benedettini di Santa Giustina dopo una lunga contesa cedono l’area di loro proprietà al Comune; il quale non ha peraltro idee ben chiare al riguardo, e soprattutto scarseggia di risorse. Ci pensa Memmo, che nel giro dii pochi mesi mette a segno una brillante operazione, nel dichiarato intento di “far divenire in progresso l’immenso Prato una delle più belle piazze d’Europa” facendo leva sull’abbinamento tra affari e spettacolo. Il primo passo da compiere è obbligatoriamente quello idraulico, anche in considerazione del fatto che un meteo perfido tre anni prima ha provocato un dissesto pesante. Bonificata la zona, Memmo mette mano al progetto vero e proprio affidandolo a una straordinaria figura di abate e architetto, Domenico Cerato, docente dell’ateneo: si basa sull’idea di dare vita a un’isola centrale (che prenderà giustamente il suo nome) circondata da un canale artificiale di forma ellittica, e coronato da statue di personaggi illustri, una sorta di Pantheon cittadino.

Il problema è trovare i quattrini. E qui Memmo ha un’autentica levata d’ingegno, puntando sull’auto-finanziamento basato su quote mediamente del valore di 800 lire ciascuna, ma modulate a seconda delle capacità di spesa dei singoli; e l’azzecca al punto che alla fine saranno oltre ottocento i padovani che risponderanno all’appello. Cose impensabili per la Padova di oggi sotto tutti i profili: capacità politica, disponibilità privata, e perfino gli stessi tempi di realizzazione, visto che i lavori di sistemazione si concludono in meno di due mesi, in tempo per l’annuale apertura della Fiera di ottobre di Santa Giustina. È solo un primo stralcio, chiaramente: i cantieri proseguiranno nel tempo, ma intanto da subito dentro l’isola vengono realizzate 44 botteghe in legno, in buona sostanza gli stand dell’epoca. E già in quel 1775 sorge la prima delle 78 statue che adornano il Prato, dedicata a Cicerone, poi sostituita da quella giustamente riservata al mitico fondatore della città, Antenore.

Ma dove trova i soldi per fare tutto questo, l’abile veneziano? In un mix di quella che oggi si definirebbe finanza creativa. Per esempio: per le statue si rivolge alle famiglie padovane benestanti, invitandole a fare da sponsor ciascuna a un’opera, da dedicare a un loro antenato o a un personaggio a loro scelta; per le scalinate da cui assistere agli spettacoli anticipa il moderno project-financing affidando il lavoro e il relativo onere a un imprenditore, che avrebbe poi potuto recuperare la spesa tenendo l’incasso dei biglietti; soprattutto, riesce a far capire ai ceti produttivi locali l’effetto di attrazione che un’area del genere adeguatamente attrezzata può esercitare sul giro di affari. Il progetto complessivo di Memmo in realtà è ancor più ambizioso, e mira al rilancio economico e sociale della città attraverso un investimento nella qualità dell’ambiente urbano. Purtroppo, il suo periodo padovano è di breve durata. Ma vale ancor oggi a dimostrare come, quando l’ingegno si abbina alla volontà, si possano fare interventi di eccellenza, in poco tempo e con poche risorse. Come sempre, un problema di uomini.

(12 - continua)

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