Morti per amianto, un'agonia lunga vent'anni

La beffa dei risarcimenti impossibili: il racconto dei familiari di una vittima

PADOVA. Quasi vent’anni vissuti nel terrore che le macchie rilevate sui polmoni si rivelassero quella condanna a morte che poi sono state. Giorni e notti trascorsi nell’angoscia, giorni di speranze schiantati contro la morte per mesotelioma pleurico. Ranieri Galante, di Cadoneghe, è uno dei tanti morti per amianto della provincia di Padova. È morto il 20 giugno 2009 all’età di 71 anni, dopo appena 40 giorni dalla diagnosi del tumore alla pleure. E dopo venti anni da quando alla visita periodica dello Spisal erano state notate per la prima volta quelle striature minacciose sui suoi polmoni.

Galante aveva lavorato dal 1970 al 1993 alle Officine Meccaniche Stanga e i suoi familiari - moglie e tre figli - sono fra i beneficiari della sentenza del Tribunale di Padova che venerdì scorso ha condannato in sede civile Dino Marchiorello, oggi 92 anni, ex amministratore delegato delle Officine, al risarcimento danni. Due milioni e 700 mila euro in tutto, circa 154.350 euro per ciascuno dei familiari dei 18 operai per cui gli avvocati Giancarlo Moro e Francesco Rossi con la Fondazione vittime dell’amianto “Bepi Ferro”hanno intentato la causa civile per superare lo stallo sul fronte dei procedimenti penali. Soldi che probabilmente nessuno vedrà mai. Perché Marchiorello negli anni, si è spogliato di tutti i suoi beni e oggi risulta praticamente nullatenente. Uno schiaffo per chi ancora ha in bocca il sapore delle lacrime versate in tanti anni di sofferenze.

«Definirla una beffa è poco» la reazione di Loris, Donatella e Caterina, figli di Ranieri Galante, «la questione va ben oltre i soldi. Già anni fa avevamo accettato una liquidazione pur di uscire da questa storia, poi è tutto saltato. Che arrivino o meno, tanti o pochi che siano, non cancelleranno il dolore che abbiamo passato, il senso di impotenza e ingiustizia che hanno pesato sugli ultimi anni di vita di nostro padre». I fratelli Galante erano ragazzini quando il babbo partiva la mattina presto per andare al lavoro alle Officine. La sera quando tornava buttava la tuta da lavoro nel cesto della biancheria ed era la moglie, premurosa, che poi andava a raccoglierla e sbatterla per infilarla nella lavatrice. «Quando si è iniziato a parlare dei rischi dell’amianto» ricordano i figli, «e si è saputo che anche i familiari degli operai sono stati esposti alle fibre di amianto, portate a casa proprio attaccate ai vestiti da lavoro, il terrore che anche nostra madre potesse ammalarsi si è trasformato in un nuovo incubo». La buona sorte, almeno in questo caso, pare aver fatto tappa in via Cesare Abba a Cadoneghe.

Oriele Ferro sta bene, fisicamente. Ma nel cuore ha conficcata una spina: «Quante volte lontano dai ragazzi Galante mi confidava la sua paura per quelle macchie sui polmoni» racconta la donna, «io lo rassicuravo, gli dicevo che se fosse stata una cosa seria nessuno avrebbe permesso di lavorare in quelle condizioni. Quanto ingenui eravamo. Lui come i suoi colleghi si sono avvelenati lavorando, per portare a casa i soldi per mantenere la loro famiglia». Ranieri Galante, e tanti altri, si sono portati a casa anche una condanna a morte per cui nessuno ha mai chiesto scusa: «Non che ci aspettassimo chissà che cosa, ma una parola, una lettera, una qualsiasi manifestazione di vicinanza e solidarietà dai vertici della società, mai niente» lamenta Oriele.

«Papà ci raccontava come alle Officine tagliassero le lastre di amianto con la sega circolare, senza alcuna protezione» ricordano i figli, «diceva “vi immaginate cosa abbiamo respirato” e si stringeva la testa fra le mani, nascondendo le lacrime che non riusciva a trattenere. Il giorno dopo il suo funerale, un suo collega ci ha fatto visita: appena lo abbiamo accolto in casa è scoppiato a piangere perché sapeva di avere la stessa malattia. Sono ferite che nessun risarcimento può sanare».

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